viernes, 18 de septiembre de 2026

Orden de los Santos Mauricio y Lázaro



Mi discurso de agradecimiento en italiano:

Altezza Reale, Eccellenze, Signore e Signori, 
Consentitemi innanzitutto di esprimere la mia più profonda gratitudine per il grande onore che oggi mi viene conferito con l'assegnazione della Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. 
La ricevo con emozione, ma anche con umiltà, perché sono pienamente consapevole che questa distinzione non riguarda soltanto la mia persona. Per me essa rappresenta la continuità di una storia familiare che, nel corso dei secoli, è stata legata ad alcune delle più importanti istituzioni italiane e che, da generazioni, intrattiene un rapporto di lealtà, di stima e di servizio con la Casa di Savoia. 
La famiglia Ruspoli fu tradizionalmente legata alla Santa Sede e alla vita di Roma. Per secoli i miei antenati servirono i Sommi Pontefici, condividendo le responsabilità e i doveri che spettavano a una delle antiche famiglie della nobiltà romana. 
Il XIX secolo aprì tuttavia una nuova pagina nella storia della mia famiglia e, insieme, nella storia d'Italia. 
Il mio trisavolo Bartolomeo Ruspoli e, dopo di lui, il mio bisnonno Emanuele Ruspoli decisero di entrare nell'esercito piemontese dei Savoia e di partecipare alle guerre d'indipendenza che avrebbero condotto all'unità nazionale. Fu una scelta di grande significato, che li portò a mettere la propria vita al servizio di un'idea d'Italia allora ancora in divenire e ad affidare il proprio destino alla Dinastia destinata a realizzarla. 
Mio bisnonno Emanuele consacrò a quella causa il meglio di sé. Partecipò alle campagne del Risorgimento, rese importanti servizi militari e raggiunse il grado di colonnello. Come molti uomini della sua generazione, contribuì con coraggio e sacrificio alla costruzione di una patria unita e libera. Nel 1870 ebbe l'onore di prendere parte a uno dei momenti decisivi della nostra storia: l'ingresso dell'esercito italiano a Roma. Con quell'evento si compiva il processo di unificazione nazionale e la Città Eterna diventava la capitale del Regno d'Italia. 
Ma il suo servizio alla Nazione non terminò sul campo di battaglia. Continuò nelle istituzioni del Regno come Senatore e come Sindaco di Roma, mettendo al servizio della cosa pubblica la stessa dedizione, la stessa lealtà e lo stesso senso del dovere che avevano caratterizzato la sua carriera militare. 
La Corona seppe riconoscere quei meriti. Il Re conferì a Emanuele Ruspoli titoli e onori che ancora oggi fanno parte del patrimonio morale della nostra famiglia: il Principato di Poggio Suasa, il Ducato di Morignano, che ho l'onore di portare, e anche le insegne di questo medesimo Ordine, che oggi mi vengono nuovamente affidate. 
Nella mia famiglia si tramanda un episodio che illustra in modo particolarmente significativo il rapporto di fiducia e di stima che si instaurò tra mio bisnonno e il Sovrano. 
Quando era sindaco di Roma, Emanuele promosse importanti opere di modernizzazione della città. Tra queste vi era lo scavo di una galleria che doveva passare sotto un'area vicina al Palazzo del Quirinale. Consapevole della delicatezza della questione, ritenne opportuno chiedere personalmente l'autorizzazione del Re. 
Dopo aver ascoltato le spiegazioni tecniche e aver verificato che l'opera non rappresentava alcun reale pericolo per la residenza reale, il Sovrano rispose con quel caratteristico spirito piemontese che gli veniva attribuito: 
"Benissimo, Ruspoli; ma se fate saltare il tunnel, quello che salta in aria sono io." 
L'autorizzazione fu concessa, i lavori procedettero senza il minimo incidente e il Re continuò fortunatamente a godere di ottima salute. 
Al di là del sorriso che questo episodio suscita ancora oggi, esso testimonia una realtà ben più profonda: la fiducia reciproca che può nascere quando il servizio allo Stato è accompagnato dalla lealtà, dalla competenza e dall'onore. 
Per questo motivo la Gran Croce che oggi ricevo possiede per me un significato profondamente familiare e dinastico. 
Guardandola, penso agli uomini e alle donne della mia famiglia che mi hanno preceduto. Penso ai Ruspoli che servirono la Chiesa, a quelli che servirono Roma e, in modo particolare, a coloro che servirono l'Italia sotto le bandiere della Casa di Savoia. 
Penso a Emanuele Ruspoli, soldato del Risorgimento, Senatore del Regno e Sindaco della Capitale. Penso a una generazione che credette nel progetto nazionale italiano e che legò il proprio destino a quello della Dinastia che guidò il processo dell'Unità. 
Per questo sento che questa onorificenza non rende omaggio soltanto a un discendente, ma anche alla memoria di quanti mi hanno trasmesso un'eredità fatta di servizio, responsabilità e fedeltà. 
L'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro occupa un posto speciale nella storia della Casa di Savoia e dell'Italia. Per secoli ha ricompensato il merito, la fedeltà e lo spirito di servizio. Riceverne oggi la Gran Croce significa entrare ancora più profondamente in una tradizione di onore che attraversa le generazioni e continua a vivere attraverso coloro che ne custodiscono i valori. 
Consentitemi pertanto di rivolgere ad Altezza Reale il mio più sincero ringraziamento. Ricevo questa insegna con umiltà, ma anche con un legittimo orgoglio. Con umiltà, perché conosco la dignità dell'Ordine e il valore di coloro che mi hanno preceduto. Con orgoglio, perché vi riconosco il segno di una storia familiare strettamente intrecciata con quella della Casa di Savoia in alcuni dei momenti più significativi della storia d'Italia. 
Prego Dio affinché protegga la Casa di Savoia e permetta che gli antichi legami di stima, di lealtà e di affetto che hanno unito le nostre famiglie continuino a trasmettersi alle generazioni future. Possano gli ideali di onore, di dovere, di cavalleria e di servizio al bene comune che hanno ispirato i nostri antenati continuare a guidare tutti noi. 
Questo è oggi il mio augurio, il mio ringraziamento e il mio rispettoso omaggio alla Dinastia sotto la cui guida fu realizzata l'Unità d'Italia e alla cui memoria questo venerando Ordine continua a rendere testimonianza. 
Vi ringrazio di cuore. 


Este vídeo es de la Casa de Saboya


La Orden de los Santos Mauricio y Lázaro es una de las más antiguas y prestigiosas órdenes dinásticas de Europa. Su importancia histórica, espiritual y nobiliaria radica en la unión de dos tradiciones medievales:

  • La Orden de San Mauricio, fundada en 1434 por el duque Amadeo VIII de Saboya, con una vocación caballeresca y militar.
  • La Orden de San Lázaro, de origen cruzado y hospitalario, dedicada al cuidado de los enfermos, especialmente de los leprosos. La tradición de la Orden sitúa sus orígenes en un hospital para leprosos existente en Jerusalén antes de la Primera Cruzada, y algunas fuentes señalan 1098 como año de fundación organizada de la institución hospitalaria. 

En 1572, el papa Gregorio XIII autorizó al duque Emmanuel Filiberto de Saboya a unir ambas instituciones, creando la Orden de los Santos Mauricio y Lázaro bajo la Casa de Saboya.


 

miércoles, 16 de septiembre de 2026

Cuidado de perros



Gonzalo M. ofrece un servicio responsable y cercano de paseo y cuidado de perros, pensado para quienes necesitan apoyo diario o puntual con sus mascotas. Con un trato atento y respetuoso, se encarga de acompañar al perro en sus paseos, asegurar su bienestar, reforzar rutinas básicas y mantener una comunicación constante con el dueño.

Su propuesta combina fiabilidad, puntualidad y cariño por los animales, ideal para familias que buscan a alguien de confianza para el cuidado de su perro, ya sea durante ausencias breves, jornadas de trabajo o necesidades específicas de acompañamiento.


lunes, 31 de agosto de 2026

Il pensiero di Sant'Agostino


"Se tacete, tacete per amore. Se parlate, parlate per amore. Se correggete, correggete per amore. Se perdonate, perdonate per amore. Sia sempre in voi la radice dell'amore, perché solo da questa radice può scaturire l'amore. Amate, e fate ciò che volete. L'amore nelle avversità sopporta, nelle prosperità si modera, nelle sofferenze è forte, nelle opere buone è ilare, nelle tentazioni è sicuro, nell'ospitalità generoso, tra i veri fratelli lieto, tra i falsi paziente. E' l'anima dei libri sacri, è virtù della profezia, è salvezza dei misteri, è forza della scienza, è frutto della fede, è ricchezza dei poveri, è vita di chi muore. L'amore è tutto." 


Il passo di Agostino è una piccola architettura spirituale: tutto converge verso una sola radice, l’amore, e da quella radice si misura la verità dei gesti, delle parole, dei silenzi. Non è un invito sentimentale, ma una disciplina interiore: amare significa ordinare l’anima, restituirle il suo centro, lasciarla libera da ciò che la deforma.
Per questo Agostino può dire “amate, e fate ciò che volete”: non è permissivismo, è teologia della trasformazione. Quando la radice è pura, il frutto non può essere corrotto. L’amore diventa forza nelle prove, modestia nella prosperità, letizia nel servizio, pazienza davanti al falso. È la misura del santo, non dell’eroe; la sua arma non è la volontà, ma la carità che lo precede e lo sostiene.
In fondo, Agostino ci ricorda che la santità non nasce dall’eccezione, ma dalla coerenza: quando l’amore è tutto, tutto si trasfigura.

Radice d’Amore
(versione poetica ispirata a Sant’Agostino)

Se tacete, sia per amore;
se parlate, che sia per amore.
Ogni gesto, ogni ferita, ogni perdono
nasca dalla stessa radice segreta.

Perché solo dall’amore
può sgorgare l’amore.

Amate, e fate ciò che volete:
l’amore nelle avversità sopporta,
nelle prosperità si fa umile,
nel dolore diventa forte,
nel bene compiuto sorride,
nella tentazione rimane saldo,
nell’ospitalità si apre generoso,
tra i fratelli veri è lieto,
tra i falsi paziente.

È anima dei libri sacri,
respiro della profezia,
luce dei misteri,
forza della scienza,
frutto della fede,
ricchezza dei poveri,
vita di chi muore.

L’amore è tutto.
E tutto ciò che tocca
ritorna alla sua sorgente.


 

viernes, 28 de agosto de 2026

La callara de Roma di Carlo E. Ruspoli (2026)



Roma sotto 39 gradi m’ispira ’na poesia in romanesco sulla callara, su quel caldo che t’abbrucia e t’accarezza insieme, che te fa sbuffà come ’n treno, che pare ’na prova de resistenza e de romanità.


Aho, che callara oggi, pare ’n forno acceso,

er sole te pijia a schiaffi, manco fosse offeso;

l’aria nun se move, sta ferma come ’na suocera,

e pure l’ombra, giuro, me guarda e dice: “Nun posso, frate, è troppa la calura”.


Er Tevere sbuffa lento, manco lui ce la fa,

e ’n vecchio ar bar se sventola co’ ’na tovaja;

“È l’inferno?”, chiedo. “No, è Roma d’agosto”,

risponne ridendo, co’ er vino fresco ar posto.


Le pietre de Trastevere scottano come brace,

ce cammini sopra e senti er core che se sface;

ma Roma, pure così, te strigne e te consola,

co’ ’na brezza che arriva tardi, ma quanno arriva… vola.


E allora resto qui, sudato ma contento,

co’ ’sta città che brucia e che me fa campà;

perché pure quanno er caldo è ’n giuramento,

Roma te dice piano: “Nun te preoccupa’, passerà”.

miércoles, 5 de agosto de 2026

La crisis migratoria de Ceuta


 1. La singularidad de la crisis

La avalancha migratoria de Ceuta no admite la coartada de la fatalidad ni la cómoda bruma de la incertidumbre. A diferencia de otras crisis, aquí el responsable no puede diluirse: la política exterior, la defensa del Estado y la gestión de la frontera dependen directamente del Gobierno. Lo ocurrido constituye un episodio de extrema gravedad que exige explicaciones detalladas de los servicios de inteligencia, Interior y Defensa, y no un relato evasivo que trate de convertir una agresión en un fenómeno espontáneo.

2. La descoordinación institucional

La democracia española dio una impresión de descoordinación y fragilidad. Mientras miles de personas cruzaban la frontera, los ciudadanos quedaron desatendidos y el Estado pareció ausente de sí mismo. España denunció la violación de su integridad territorial, pero evitó cuidadosamente señalar quién cometía la agresión. Nadie lo hizo: solo se mencionaron vaporosas mafias, desinformación, o entusiastas lectores de sentencias del Tribunal Supremo. Y, al parecer, nadie debía estar vigilando.

3. La frase que revela el problema

El ministro del Interior, que hace tiempo demostró no estar a la altura de su cargo, resumió la situación con una frase que debería avergonzar a cualquier democracia seria: “No necesariamente tiene que haber una responsabilidad”. Como si el universo fuera ciego y las cosas simplemente ocurrieran. O, en un estilo a la vez kafkiano y presidencial: “72.000 personas han entrado ilegalmente en Ceuta. Por la tarde, fui a nadar”. La distancia entre la gravedad del hecho y la ligereza de la respuesta es, en sí misma, un síntoma.

4. La tragedia humana y la instrumentalización

No debe olvidarse que esta crisis es también una tragedia humana. Es un ejemplo del uso de la inmigración como herramienta de presión y del desdén del régimen marroquí hacia la vida de sus propios ciudadanos. La explotación política fue inmediata y tramposa: numerosos medios y gobiernos extranjeros vincularon la avalancha a la reciente regularización migratoria española. Era falso. El decreto no permite a los regularizados obtener permisos de residencia o trabajo en el espacio Schengen y restringe severamente su circulación.



5. El régimen específico de Ceuta y Melilla

Conviene recordar que Ceuta y Melilla tienen un régimen fronterizo específico. El control de salida —por vía marítima o aérea— lo ejerce la Policía Nacional, y no existe un tránsito libre hacia el continente europeo. Pese a ello, algunos gobiernos de centroizquierda, como Dinamarca y Malta, aprovecharon la ocasión para manifestar su irritación por la regularización española. Hubo un componente evidente de oportunismo e hipocresía en esos reproches iniciales.

6. La solidaridad europea que tardó en llegar

Los socios europeos, como finalmente ocurrió, debían mostrar su solidaridad y defender unas fronteras que son también europeas. Pero la reacción inicial fue tibia, calculada y, en algunos casos, interesada. Como en otras crisis, no está claro qué medidas se tomarán ni qué falló exactamente. Lo que falló puede quedar, una vez más, envuelto en una bruma conveniente.

7. El desplazamiento del debate hacia los menores

Puesto que la conversación debe continuar, el debate se desplazará hacia los menores. Resulta llamativo que se asuma tan rápidamente la tutela estatal. El primer paso, pensaría uno, es devolverlos a sus familias cuando sea posible; y, si no se puede, que las autonomías cumplan estrictamente la ley. El riesgo es evidente: convertir la cuestión de los menores en un cortafuegos político para evitar hablar de responsabilidades.

8. La explotación partidista

Hablar de las posiciones de Vox y el PP —y, aunque menos, de Junts— resulta útil para comprender la dinámica política. La frase de Marlaska está incompleta: “No necesariamente tiene que haber un responsable de lo que pasa… a menos que sea mi adversario”. La tentación de convertir una tragedia humanitaria en munición electoral es una degradación que debería preocupar a cualquier ciudadano.

9. La imagen final: ausencia en la cima del poder

Y, por encima de todo, queda una imagen que no puede ignorarse: una crisis humanitaria de enorme envergadura explicada por Marlaska mientras el presidente Sánchez disfruta tranquilamente de vacaciones con su mujer en la Residencia Real de La Mareta, en Teguise, Lanzarote, gestionada por Patrimonio Nacional. La distancia física y simbólica entre la frontera en llamas y el retiro presidencial es, en sí misma, una metáfora de la desconexión del poder.

10. Conclusión: lo que no puede quedar en la bruma

España no puede permitirse que una crisis de esta magnitud quede sin responsables, sin explicaciones y sin reformas. La frontera de Ceuta es frontera europea. La integridad territorial es un principio, no una sugerencia. Y la dignidad de los ciudadanos exige que el Estado esté presente, vigilante y coordinado, no ausente, fragmentado y en silencio.

Resulta imposible ignorar la imagen que proyectó el poder en las horas decisivas de la crisis. Mientras Ceuta vivía una situación límite —una frontera desbordada, miles de personas entrando sin control, menores abandonados, fuerzas de seguridad exhaustas— el presidente del Gobierno disfrutaba tranquilamente de vacaciones con su mujer en la Residencia Real de La Mareta, en Teguise, Lanzarote, un enclave gestionado por Patrimonio Nacional y reservado históricamente para la familia real. La distancia física y simbólica entre la frontera en llamas y el retiro presidencial no es un detalle menor: es la representación plástica de un Gobierno que, en el momento de mayor vulnerabilidad territorial en años, optó por la ausencia. No se puede permitir que una crisis humanitaria de esta envergadura sea explicada por Marlaska mientras Sánchez permanece en silencio, protegido por el protocolo y el océano, como si la integridad territorial fuera un asunto delegable y no la primera obligación de un jefe de Gobierno.

jueves, 23 de julio de 2026

La corrupción de Carlo E. Ruspoli (2026)



I. La raíz de polvo (La constante del mundo)


Nació la trampa cuando nació el linde,

cuando el primer pastor miró la tierra

y dijo: «Esto es mío, que el resto se rinda»,

y cambió la simiente por la guerra.


No hay época limpia en los anales,

no hay siglo sin el brillo de la quiebra:

atropellaron Roma sus proconsules,

compraba la fe el oro de Ginebra.


Cambiaron las túnicas por capas,

las capas por casacas y levitas,

pero la misma mano firme y sucia

firmaba el pagaré y la ley prescrita.


El mundo siempre ha tenido su precio,

un peso en plata, un cargo, una moneda,

y en la balanza vil de los negocios

el hombre pasa, pero el fraude queda.


II. El gran teatro ibérico (La España de ayer y hoy)

Pero hablemos del suelo de esta corte,

de este viejo solar de sol y cal,

donde el honor se canta en los romances

y se vende por debajo del mantel.


Viene de lejos la costra en el escudo,

del valido, del duque, del privado,

del hidalgo pelado que en la sombra

soñaba con vivir del estrapado.


España, patria hermosa y malquerida,

donde el talento se muere de ayuno

mientras se sienta a la mesa servida

el pícaro de siempre, el importuno.


Ayer eran estancos y favores,

concesiones de indias, fueros reales;

hoy son los despachos con moqueta,

los trajes a medida y los avales.


III. Los nuevos señoríos (La corrupción actual)

Miren el mapa de la patria hoy día,

cubierto por una fina y gris resina:

ya no hay navaja ni ladrón de camino,

hoy el desfalco lleva corbata fina.


Es el contrato inflado a medianoche,

la mascarilla a precio de lingote,

el consejero que cobra en el coche

y el comisionista que exige su bote.


Son las mordidas bajo la moqueta,

el sobrecillo azul, la recalificación,

las puertas giratorias donde entra

el político tras vender la nación.


«No es nada personal», dicen sonriendo,

mientras recortan la sanidad y el pan,

mientras los trenes se paran muriendo

y las promesas con el viento se van.


Prometen la patria, la bandera, el pueblo,

se envuelven en lemas de izquierda o derecha,

pero bajo el discurso de seda y terciopelo

todos celebran la misma cosecha.


IV. El peso sobre la espalda

Y abajo, en el barro, la gente despierta

a las seis de la mañana a sudar el jornal,

pagando la cuota, la luz y la renta,

sosteniendo sobre sus hombros el mal.


El autónomo exhausto que cuenta los céntimos,

el joven que busca un techo sin fe,

el anciano que espera en el hospital público

mientras ellos se reparten el botín en el café.


¿Qué fue de la ética, qué de la vergüenza?

Se perdió en la bruma de la impunidad.

Si el delito es grande, la pena se aligera;

si el robo es pequeño, cae la gravedad.


V. Coda: La lección de la historia

Es la corrupción actual y la de siempre,

el mal de España, el veneno global:

la ambición que al humano la mente le pervierte

y convierte la patria en un gran tribunal.


Cambian los nombres, las siglas, los rostros,

los titulares del diario de hoy,

pero el monstruo es el mismo de los viejos siglos:

el ansia del que dice «yo tomo y no doy».


Y aunque la historia parezca condenada

a repetirse en un bucle infinito,

nos queda la palabra, la voz levantada,

para no normalizar jamás su delito. 

viernes, 10 de julio de 2026

Prim 37 San Sebastián



La intervención de Ramón Mendoza Satrústegui en Prim 37 no es solo una obra brillante: es una restauración completa que devuelve la dignidad a un edificio modernista construido hacia 1907, protegido por su valor histórico y por su presencia en la memoria urbana de San Sebastián. La complejidad de la licencia —larga, exigente, minuciosa— habla por sí sola del rigor con el que se ha abordado cada decisión, cada encuentro de materiales, cada gesto arquitectónico.



En sus 230 m² se percibe una modernidad serena que no invade, sino que dialoga con la estructura original. La obra respira proporción, luz y nobleza; demuestra oficio, sensibilidad y una comprensión profunda de lo doméstico en un edificio que, por su protección, obligaba a trabajar con precisión casi artesanal. El resultado es una vivienda que parece inevitable, natural, como si el edificio hubiese estado esperando precisamente esta forma para renacer.

Prim 37 es hoy un ejemplo de cómo la arquitectura contemporánea puede convivir con la historia sin someterla ni imitarla, sino elevándola.

 https://www.ballarinmendoza.com/proyectos-residencial/pr37

miércoles, 8 de julio de 2026

La Duquesa de Osuna (1950-2026)

 

Esta foto es de mi boda con su hermana María de Gracia, en 1975.

A Ángela María de Solís‑Beaumont Téllez-Girón, en su tránsito. En memoria de la Duquesa de Osuna, amiga y cuñada, guardiana de un amor de 45 años


En la casa antigua del tiempo,

donde las edades del alma se miran unas a otras,

hoy se ha cerrado una puerta con suavidad.

No con estrépito,

no con sombra,

sino con ese gesto noble

que sólo conocen quienes han vivido con dignidad.


Ángela María, 

nombre de estirpe y de luz,

tú que en los días primeros

defendiste mi lugar junto a María de Gracia,

como quien protege una llama recién nacida,

como quien sabe reconocer en un joven

la verdad de un destino compartido.


Fuiste puente,

fuiste amparo,

fuiste la voz discreta que aparta ruidos

para que el amor pueda escucharse a sí mismo.


Hoy tu ausencia pesa,

pero no cae:

se eleva.

Porque hay vidas que no se apagan,

sino que ascienden a la memoria

como un estandarte silencioso.


Te veo en Sevilla, en Espejo,

en Madrid,

en los nombres que heredaste y honraste,

pero sobre todo te veo

en aquel gesto tuyo —tan tuyo—

de mirar con bondad y decidir con firmeza.


Duquesa de Osuna, sí,

pero para mí siempre

Ángela María,Yaya :

la amiga,

la cuñada,

la presencia que acompañó mi historia

desde el primer latido de mi matrimonio

hasta este día en que te despido

con gratitud y con respeto.


Que tu paso sea leve,

que tu memoria sea alta,

que tu nombre permanezca

como permanecen las columnas antiguas

que sostienen el cielo de la familia.


Hoy, en silencio,

te doy gracias.

Y en ese silencio,

sé que me escuchas.

En 2019 con su inseparable vaso de Coca-cola


lunes, 6 de julio de 2026

Las Termas de Caracalla


Hay lugares donde la historia no duerme, sino que espera. Las Termas de Caracalla, levantadas para el ocio imperial y la magnificencia pública, son uno de esos espacios donde la piedra conserva memoria y la memoria se vuelve escenario. En verano, cuando Roma respira más lentamente y el aire se vuelve casi ceremonial, este recinto antiguo se transforma en un teatro al aire libre, como si la arquitectura quisiera recuperar su vocación de reunión, de espectáculo, de comunidad.

El mármol derruido, las bóvedas abiertas al cielo, los muros que aún guardan el eco de miles de vidas, se convierten en parte del decorado. No es un teatro que imita la antigüedad: es la antigüedad misma que se ofrece como teatro. Cada ópera, cada concierto, cada gesto sobre el escenario parece dialogar con los siglos, como si los intérpretes fueran huéspedes de un templo que nunca dejó de serlo.

Allí, el verano romano adquiere un tono distinto: la noche se vuelve liturgia, la música se eleva entre ruinas que no son ruinas, sino testigos. Y el público, sentado bajo las estrellas, participa de una ceremonia que une lo que fue con lo que es, lo que permanece con lo que se renueva.

Es un lugar donde el tiempo se abre como un abanico, y donde el arte —por unas horas— devuelve a las Termas su antigua grandeza: la de ser un espacio para el cuerpo, sí, pero también para el alma.

domingo, 5 de julio de 2026

Adolfo Suarez (1932-2014)

 

Adolfo Suárez: la dignidad que fundó nuestra democracia

Cincuenta años después de su llegada a la presidencia del Gobierno, el nombre de Adolfo Suárez sigue siendo, para muchos españoles, sinónimo de concordia, valentía y altura moral. Para otros, sorprendentemente, su figura permanece envuelta en una especie de silencio injusto, como si la Transición —ese milagro político y humano que permitió que España se reencontrara consigo misma— hubiera surgido por generación espontánea. Nada más lejos de la verdad.

Suárez fue el artífice decisivo de la Transición querida por el Rey Juan Carlos, el hombre capaz de convertir una visión regia en una realidad política. Y lo hizo con una mezcla de serenidad, audacia y sentido del deber que hoy resulta casi irrepetible.

Tuve la suerte de conocerlo personalmente. En su trato directo descubrí algo que los libros de historia apenas pueden transmitir: la nobleza silenciosa de quien sabe que está trabajando para un país entero, no para sí mismo. Su mirada transmitía una convicción tranquila, una certeza íntima de que España podía ser mejor si se la conducía sin miedo y sin rencor. Esa serenidad —tan poco frecuente en la política de cualquier época— fue la que permitió que millones de españoles confiaran en él.

La Transición no fue un proceso automático. Fue una obra humana, frágil y gigantesca a la vez. Suárez tuvo que enfrentarse a un país dividido, a un terrorismo que golpeaba sin descanso, a la desconfianza internacional y a la tentación permanente de los extremismos. Sin embargo, eligió siempre el camino más difícil: el de la concordia, el de la ley, el del respeto al adversario. Su legado no es solo político; es moral.

Esa grandeza se refleja también en su familia. Soy amigo de su hijo, Adolfo Suárez Illana, a quien tengo una simpatía profunda y sincera. En él reconozco la continuidad de una forma de estar en el mundo: discreción, cortesía, lealtad y una elegancia que no necesita estridencias. Lleva el apellido con dignidad, sin explotarlo, sin convertirlo en arma ni en escudo. Su presencia confirma que la herencia de Suárez no se limita a la historia: sigue viva en quienes la encarnan con honestidad.

Hoy, cuando España atraviesa momentos de confusión moral y política, conviene recordar que hubo un tiempo —no tan lejano— en que la palabra “política” significaba servicio, responsabilidad y grandeza. Suárez no fue perfecto, porque ningún ser humano lo es. Pero fue, sin duda, el presidente que hizo posible que España se reencontrara consigo misma.

Quizá no hemos sido del todo justos con él. Quizá la memoria pública no ha sabido agradecerle lo suficiente. Pero quienes lo conocimos, quienes tratamos a su familia, quienes vivimos aquella época, sabemos que su figura permanece intacta en lo esencial: la dignidad de un hombre que eligió unir cuando otros querían dividir.

Recordarlo no es nostalgia. Es un acto de justicia.

viernes, 3 de julio de 2026

Estados Unidos en su 250 aniversario



Canto a la cultura de Estados Unidos en su 250 aniversario


En dos siglos y medio se alza un canto,
nacido en la frontera y la esperanza,
que hizo del sueño un mapa de horizontes
y del coraje un modo de ser mundo.

Forjó su voz el jazz en Nueva Orleans,
y el alma ardió en guitarras de Memphis;
Hollywood encendió mitos eternos
que dieron luz al tiempo de la tierra.

La ciencia abrió las puertas del espacio,
la letra habló del hombre y sus abismos,
y el verso libre, hijo de Whitman, dijo
que toda vida es río hacia lo alto.

Protesta y fe, heridas y grandeza,
tejieron su relato contradictorio:
un pueblo que se inventa y se renueva
como quien busca siempre amaneceres.

Hoy, al cumplir su cuarto de milenio,
la nación que nació sobre un papel
ofrece al mundo un vasto testimonio:
la libertad es llama que se comparte.

Y así perdura, firme en su destino,
la cultura que abrió caminos nuevos:
un canto azul que cruza continentes
y en cada voz despierta otra frontera.


En el marco de los 250 años desde la Declaración de Independencia, la cultura norteamericana se revela como uno de los grandes torrentes creativos de la modernidad. Lo que Estados Unidos ha aportado al mundo no es solo una sucesión de iconos —literarios, musicales, cinematográficos, científicos— sino una gramática emocional y estética que ha moldeado nuestra manera de narrar la vida. Desde el jazz nacido en Nueva Orleans hasta Hollywood como fábrica global de mitos; desde la literatura que disecciona la conciencia moderna hasta la ciencia que abrió las puertas del cosmos; desde la protesta social convertida en música hasta la tecnología que transformó nuestra relación con el conocimiento, la cultura estadounidense ha sido un laboratorio de imaginación y contradicción, capaz de convertir la experiencia individual en relato universal.

Este aniversario no es solo una efeméride política: es la ocasión para reconocer que, con sus luces y sus sombras, Estados Unidos ha ofrecido al mundo una energía creativa inagotable, una capacidad única para generar símbolos, para reinventarse y para proyectar hacia el futuro una idea de libertad que sigue influyendo en cómo pensamos, cómo soñamos y cómo contamos nuestras historias.

domingo, 28 de junio de 2026

Recuerdos de Carlos Pinedo Texidor

 



Este libro es un año convertido en constelación. Cada página es una perla, sí, pero también una brújula: una tentativa de orientarse en el caos cotidiano sin perder la delicadeza de la mirada. El autor no busca construir una gran teoría de la vida; busca algo más difícil: escuchar lo que la vida le dice cuando baja la voz.

Hay en estas 365 impresiones una ética de la atención. El gesto de detenerse cada día —aunque sea un instante— para nombrar lo que importa, lo que duele, lo que salva. Y al hacerlo, el diario se vuelve un espejo: uno en el que el lector descubre que también su propio año está hecho de pequeñas epifanías que suelen pasar inadvertidas.

Lo más hermoso es que el autor no pretende enseñar nada. Solo comparte. Y en esa humildad está la fuerza del libro: la certeza de que la vida, cuando se escribe con verdad, no necesita adornos para ser luminosa.




viernes, 19 de junio de 2026

El Verbo en Verso de Carlo Emanuele Ruspoli (2026)

 


El Verbo en Verso no es solo un libro: es una invocación poética al misterio de la Palabra hecha carne, un intento de devolver al lenguaje su función original de revelación. En sus páginas, los cuatro Evangelios se transfiguran en canto, y cada verso se convierte en un acto de contemplación.

El lector —sea caballero, dama, creyente o buscador de sentido— encontrará aquí una liturgia íntima, donde la belleza y la fe se abrazan para despertar la vocación dormida del alma.

Este libro está destinado a quienes desean volver a la fuente, a quienes sienten que la Orden —tan rica en historia, servicio y dignidad— necesita reavivar su llama espiritual. En tiempos donde la acción corre el riesgo de eclipsar la contemplación, El Verbo en Verso recuerda que toda obra de misericordia nace de la oración y del silencio fecundo ante el misterio de Cristo.

Su lectura puede inspirar nuevas vocaciones, no solo religiosas, sino también morales y culturales: hombres y mujeres que comprendan que servir al prójimo es servir al Verbo.

Cada poema es una llamada a la obediencia interior, a la humildad que precede a la grandeza, a la caridad que da sentido al honor.

El Gran Maestre y el Soberano Consejo hallarán en estas páginas un espejo de la misión original de la Orden: custodiar la fe, sanar las heridas del mundo y mantener viva la llama de la esperanza.

La obra, editada (en principio) bajo los símbolos de la Orden de Malta, se convierte así en un testimonio de continuidad entre la palabra y la acción, entre la cruz y el servicio, entre la poesía y la obediencia.

Porque El Verbo en Verso no solo se lee: se reza, se contempla y se vive.



sábado, 13 de junio de 2026

Peregrinos de la belleza de María Belmonte



Peregrinos de la belleza es uno de esos libros que no se leen: se habitan. Sorprende por su riqueza serena, por la cantidad de pasajes maravillosos que despliega sin esfuerzo, por las anécdotas deslumbrantes que iluminan a cada viajero y por la sensibilidad exquisita con la que María Belmonte convierte el Mediterráneo en una patria espiritual. Es un libro que ensancha la mirada y devuelve al lector la antigua alegría de viajar con el alma despierta.


 

viernes, 12 de junio de 2026

Trilogía transilvana de Miklós Bánffy





La Trilogía transilvana de Miklós BánffyLos días contados, Las almas juzgadas y El reino dividido— es una de las grandes obras maestras de la narrativa centroeuropea del siglo XX. Es, además, una de esas recuperaciones tardías que hoy se leen con una claridad casi profética sobre el derrumbe de un mundo.

1. Qué es la Trilogía transilvana

Es un ciclo novelístico publicado entre 1934 y 1940, ambientado en los años previos a la Primera Guerra Mundial, cuando el Imperio austrohúngaro comienza a resquebrajarse. Está considerada una de las obras más importantes de la narrativa centroeuropea de su tiempo. 

La trilogía está formada por:

  • Los días contados (1934)
  • Las almas juzgadas (1937)
  • El reino dividido (1940)

Fue prohibida durante décadas por los regímenes comunistas y solo recientemente ha sido recuperada y reconocida como un clásico. 


 2. Argumento y temas centrales

La obra sigue la vida del joven conde Bálint Abády, político reformista, y su historia de amor con Adrienne Miloth, en un contexto de tensiones parlamentarias, corrupción, decadencia moral y fracturas nacionales que anuncian el colapso del Imperio. 

Los temas principales:

  • El hundimiento de un orden histórico
  • La ceguera de las élites políticas
  • El nacionalismo creciente
  • La vida aristocrática en Transilvania
  • La imposibilidad del amor en tiempos convulsos


La trilogía es, en palabras de la crítica, un retrato exhaustivo de los primeros años del siglo XX y de cómo Europa caminó hacia la guerra sin comprenderlo. 


 3. Su importancia literaria

Críticos y estudiosos la sitúan junto a otras grandes obras sobre el fin de un mundo:

El Gatopardo (Lampedusa)

La marcha Radetzky (Joseph Roth)

El mundo de ayer (Stefan Zweig)

El hombre sin atributos (Musil)


Pero Bánffy aporta algo único: la perspectiva húngara y transilvana, menos conocida que la vienesa, y escrita con una mezcla de elegancia aristocrática, ironía política y profunda melancolía. 


 4. Vigencia actual

La trilogía ha vuelto a cobrar relevancia por su capacidad para iluminar:

  • el auge de los nacionalismos,
  • la fragilidad de los imperios,
  • y la repetición de errores históricos en Europa.

Medios como El País han subrayado cómo la obra resuena hoy en el contexto de la guerra en Ucrania y los movimientos nacionalistas en Europa Central. 


 5. ¿Por qué leerla hoy?

Porque es:

  • Una novela monumental, escrita con un pulso narrativo clásico.
  • Un documento histórico de primer orden.
  • Un espejo moral sobre la responsabilidad de las élites.
  • Una obra de una belleza crepuscular, comparable a los grandes frescos europeos.


Y porque Bánffy, aristócrata, diplomático y testigo directo del derrumbe, escribe con la lucidez de quien sabe que está narrando el final de su propio mundo.






 

miércoles, 10 de junio de 2026

Alla memoria di Umberto II, re di maggio di Carlo Emanuele Ruspoli (2026)



Trovo che l’appello di Emanuele Filiberto di Savoia al Presidente Mattarella (Emanuele Filiberto a Mattarella: 'Le spoglie reali in Italia' https://share.google/h3fLabjPcZT3ce0jL ), proprio nell’anno in cui la Repubblica celebra il suo ottantesimo anniversario, abbia un tono di riconciliazione che merita attenzione. Dopo tanti decenni, il rientro in Italia delle spoglie di Umberto II e della Regina Maria José sarebbe un gesto di maturità storica, capace di onorare la memoria senza riaprire ferite.

Per me, che ebbi l’onore di avere il Re Umberto II come padrino delle mie nozze con la Duchessa di Plasencia, questo tema ha anche un valore affettivo profondo. Ma al di là dei ricordi personali, credo che un Paese forte sappia guardare alla propria storia con serenità, riconoscendo ciò che è stato e ciò che siamo diventati.




Alla memoria di Umberto II, re di maggio

Re Umberto, signore d’altri giorni,  

che portavi nel gesto la misura

e nello sguardo un’Italia ferita

che ancora sperava nella sua cura.

Io ti ricordo a Cascais, nel silenzio  

di quelle stanze dove il mare parla,

e tu, con voce lieve, custodivi

la dignità che il tempo non scalfisce.

Fosti padrino del mio primo giuro,  

benedizione antica e paterna,

come se il Regno, in un istante,

tornasse a posare la mano sulla mia vita.

Non eri un’ombra del passato,  

ma un uomo intero, saldo, composto,

che portava la corona senza peso

e l’esilio senza rancore.

O Re di maggio, ultimo dei gentiluomini,  

che non chiedesti mai vendetta,

ma solo memoria giusta,

ti sia lieve la terra che ti accolse

e fedele il ricordo di chi ti conobbe.

Perché la nobiltà, quella vera,  

non è un trono, ma un modo di stare al mondo.

E tu, Maestà, lo hai saputo incarnare

fino all’ultimo respiro. 

lunes, 8 de junio de 2026

El espejo de las edades del alma; Lo specchio dell'età dell'anima di Carlo Emanuele Ruspoli (2026)



 Presentación de El espejo de las edades del alma
Dedicada a Ana

Hay libros que se escriben con la mano, otros con la memoria y unos pocos —muy pocos— con la vida entera. El espejo de las edades del alma pertenece a esta última estirpe. No es una recopilación de poemas ni un ejercicio literario: es la cartografía íntima de un hombre que ha atravesado la noche, la fe, la pérdida, la esperanza y la plenitud, y que ha decidido ofrecer ese trayecto como testimonio.

Este libro nace de un largo diálogo con el tiempo, pero también de otro diálogo más secreto: el que he mantenido con Ana, mi compañera, mi raíz y mi horizonte. A ella está dedicado porque en ella se sustenta la arquitectura emocional de estas páginas. Sin su presencia —a veces silenciosa, a veces luminosa— este libro no existiría. Ana es la respiración que acompasa cada verso, la mirada que devuelve sentido a lo vivido, la certeza que permite que la fragilidad se vuelva canto.

El espejo de las edades del alma es, en esencia, una transfiguración. No narra mi vida: la eleva, la depura, la convierte en símbolo. Cada poema es una estación de un viaje interior que atraviesa la infancia, la herencia, la fe, el amor, la pérdida, la vejez y la reconciliación. No se trata de recordar, sino de comprender; no de describir, sino de revelar.

He escrito estas páginas en noches de insomnio y libertad, cuando la conciencia se vuelve más permeable y el alma habla con una claridad que el día no siempre permite. En esos momentos, la palabra deja de ser un instrumento y se convierte en un espejo: un espejo que no refleja el rostro, sino la verdad profunda que uno ha tardado décadas en aceptar.

Este libro es también un acto de gratitud. Gratitud hacia quienes me precedieron y me enseñaron que la memoria es una forma de responsabilidad; gratitud hacia quienes me acompañan y sostienen mi presente; gratitud hacia Ana, que ha sabido ver en mí no solo lo que soy, sino lo que podía llegar a ser. Ella ha sido la guardiana de mis silencios y la intérprete de mis sombras.

Por eso esta obra le pertenece tanto como a mí. Porque en cada página hay un gesto suyo, una palabra suya, una presencia suya. Porque este espejo no solo refleja mi alma: refleja la nuestra, la que hemos construido juntos, la que ha sobrevivido a las edades, a las pruebas y a los renacimientos.

Quien abra este libro encontrará un itinerario espiritual, pero también humano; un canto que no pretende enseñar, sino acompañar; un testimonio que no busca imponer una verdad, sino compartir una búsqueda. Cada lector, al mirarse en este espejo, descubrirá quizá la luz secreta de su propia alma, esa que solo se revela cuando la vida ha sido vivida con intensidad, con humildad y con amor.

Si algo he aprendido al escribirlo es que la existencia no se mide por los años, sino por las revelaciones. Y este libro es la suma de las mías.

A Ana, que ha sido mi revelación más alta, le dedico estas páginas como quien entrega un fruto maduro: con gratitud, con serenidad y con la certeza de que en ellas está, de manera transfigurada, toda mi vida.


 

lunes, 25 de mayo de 2026

Feria del Libro de Madrid 2026

 


Este año llego a la Feria del Libro de Madrid con un conjunto de obras que constituyen un verdadero ciclo vital y literario.  

A las novelas El Profeso y el Chamán, Muerte de Profesos y El Profeso y los Borgia —cada una iluminando un ángulo distinto de la conciencia, el poder y el destino— se suma ahora El Espejo de las Edades del Alma, un poemario bilingüe español–italiano que recoge la voz más íntima de este largo viaje.

Invito a todos los lectores, amigos y curiosos a acercarse a la caseta 138 del Grupo Editorial Sial Pigmalión. Será un placer conversar, dedicar ejemplares y compartir este universo que, libro a libro, sigue creciendo gracias a vuestra compañía.

Nos vemos en El Retiro, donde los libros respiran y la ciudad escucha.

Economía de los no economistas de Carlos Rodríguez Braun




Este libro confirma algo que siempre he admirado en mi tocayo: su capacidad para iluminar la economía sin perder nunca la humanidad. Economía de los no economistas no simplifica; aclara. No adoctrina; invita a pensar. Y lo hace con esa mezcla tan suya de rigor, ironía y cultura, capaz de pasar de John Ford a Shakespeare sin perder el hilo ni la sonrisa. Leerlo es recordar que la economía, cuando se explica con honestidad y talento, se convierte en una forma de libertad. Y por eso me enorgullece, de verdad, ser su amigo.

 

sábado, 23 de mayo de 2026

Herencia Oculta de Julieta Deossa

 




Ser prologuista de Herencia oculta ha sido acompañar a Julieta en un viaje hacia lo que la memoria calla y la verdad insiste en revelar. Su novela ilumina las zonas donde la vida se quiebra y, aun así, sigue buscando sentido. Un libro que honra el misterio, la fragilidad y la fuerza de quienes se atreven a mirar más allá de la superficie.


El tesoro del convento caído de Peridis


El tesoro del convento caído



 Un libro que nace entre ruinas y semillas: memoria, gratitud y oficio convertidos en un testimonio luminoso. Peridis vuelve a recordarnos que restaurar es también sembrar futuro.