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viernes, 22 de mayo de 2026

Isabel de Castilla en Segovia: Princesa y Reina



Isabel de Castilla en Segovia: Princesa y Reina

Hay libros que no se limitan a narrar la historia: la restituyen. Este volumen, dedicado a la presencia segoviana de Isabel de Castilla, pertenece a esa rara estirpe de obras que devuelven a la ciudad su latido antiguo y a la Reina su respiración humana.


Respaldado por nueve instituciones de prestigio —desde la Maestranza de Caballería de Castilla hasta la Academia Andaluza de la Historia, pasando por la Académie Belgo‑Espagnole de l’Histoire y la Asociación de Condecorados de la Real Orden de Isabel la Católica— el libro se presenta como un proyecto coral, sólido y luminoso, donde tradición, investigación y memoria dialogan sin estridencias.


La dirección editorial de Alfonso de Ceballos‑Escalera y Gila, marqués de la Floresta, y Esther Núñez Martínez garantiza un rigor que no pesa, sino que eleva. Y los catorce estudiosos que colaboran en la obra ofrecen un mosaico de perspectivas que reconstruyen la trayectoria isabelina en Segovia con precisión, belleza y sentido histórico.


No es solo un homenaje: es una relectura necesaria de la ciudad que vio a Isabel proclamarse reina, de sus espacios simbólicos, de su corte, de su tiempo. Un libro que honra a Segovia y honra a la Reina, pero también a quienes —desde instituciones, archivos y vocaciones personales— siguen sosteniendo la continuidad de la memoria histórica de Castilla.


Una obra que merece ser leída, citada y, sobre todo, celebrada. 

miércoles, 1 de junio de 2022

200 años del Museo del Prado



Para celebrar el bicentenario del Museo del Prado, Rino Stefano Tagliafierro y sus colaboradores han realizado un relato en vídeo, producido por El País Semanal, animando una treintena de cuadros de la pinacoteca. 


https://youtu.be/rsI3qyF5SvA

martes, 15 de octubre de 2019

Proclamación del día de Cristobal Colón en Estados Unidos


Resultado de imagen de casa blanca

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/presidential-proclamation-columbus-day-2019/?utm_source=link

On October 12, 1492, after a perilous, two-month journey across the treacherous Atlantic Ocean, Christopher Columbus and his crew aboard the Niña, Pinta, and Santa Maria landed in what is today The Bahamas.  This watershed voyage ushered in the Age of Exploration, changing the course of history and setting the foundation for development of our Nation.  Today, we commemorate this great explorer, whose courage, skill, and drive for discovery are at the core of the American spirit.

While Columbus sailed from the port of Palos under the Spanish flag, he took pride in the fact that he was a citizen of Genoa, Italy.  The celebration of Columbus Day is, therefore, an appropriate opportunity to recognize the more than 16 million Americans who claim Italian heritage and to carry forth the legacy of generations of Italian Americans who helped shape our Nation.  The United States greatly values its close bond with Italy, a longstanding friend, ally, and economic partner.  Our relationship, built on shared values and a commitment to furthering peace and prosperity, continues to benefit both of our nations.

Columbus’s daring voyage to the New World brought two continents together, enabling a global perspective for the first time.  The bold legacy of Columbus and his crew spun a thread that weaves through the extensive history of Americans who have pushed the boundaries of exploration.  On Columbus Day, we draw inspiration from this intrepid pioneer’s spirit of adventure.  We also affirm our commitment to continuing our quest to discover and better understand the wonders of our Nation, the world, and beyond.

In commemoration of Christopher Columbus’s historic voyage, the Congress, by joint resolution of April 30, 1934, and modified in 1968 (36 U.S.C. 107), as amended, has requested the President proclaim the second Monday of October of each year as “Columbus Day.”

NOW, THEREFORE, I, DONALD J. TRUMP, President of the United States of America, by virtue of the authority vested in me by the Constitution and the laws of the United States, do hereby proclaim October 14, 2019, as Columbus Day.  I call upon the people of the United States to observe this day with appropriate ceremonies and activities.  I also direct that the flag of the United States be displayed on all public buildings on the appointed day in honor of our diverse history and all who have contributed to shaping this Nation.

IN WITNESS WHEREOF, I have hereunto set my hand this eleventh day of October, in the year of our Lord two thousand nineteen, and of the Independence of the United States of America the two hundred and forty-fourth.

DONALD J. TRUMP

lunes, 14 de octubre de 2019

La lettera di Cristoforo Colombo con l'annuncio della scoperta del Nuovo Mondo, conferenza a Genova del suo discendente il duca di Veragua

LA LETTERA CON LA QUALE COLOMBO ANNUNCIA LA SCOPERTA DEL NUOVO MONDO

STUDIO STORICO PER L'EDIZIONE FACSIMILE




La Lettera con la quale Colombo annuncia la Scoperta del Nuovo Mondo è, come ha affermato lo storico Carlos Sanz, il documento più importante della Storia dell'Umanità. Tale affermazione trova il suo fondamento non solo nella rilevanza della notizia che tale Lettera contiene, ma anche nell'importanza del fatto storico per l'avvenire di tutti gli abitanti del pianeta Terra, sulla cui superficie è trascorsa da allora l'esistenza di milioni di uomini per successive generazioni. In un breve testo, la sua estensione non supera infatti le quattro pagine, Cristoforo Colombo dà vita, attraverso un resoconto che desta meraviglia per originalità, scorrevolezza e piacevolezza, alla descrizione delle terre e delle popolazioni scoperte sull'altra sponda dell'oceano Atlantico. Il testo dell’edizione a stampa è quello delle lettere, tra loro identiche, che il Navigatore aveva inviato, pochi giorni prima, a Luis de Santángel e a Gabriel Sánchez, entrambi alti funzionari presso la Corte. Il contenuto è inoltre il medesimo di quello della lettera che l'Ammiraglio aveva indirizzato direttamente ai sovrani Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d'Aragona.

I fatti descritti nella Lettera abbracciano il periodo compreso tra il 3 agosto del 1492, giorno della partenza della “nao” Santa Maria  e delle caravelle Pinta e Niña dal porto fluviale di Palos de la Frontera, e il 15 marzo del 1493, data dell'arrivo trionfale delle due caravelle allo stesso porto che le aveva viste partire sette mesi prima. Il testo della Lettera è un estratto del Diario del Primo Viaggio, diario che Cristoforo Colombo, rispettando l'impegno preso con i Sovrani, aveva redatto giorno dopo giorno nella solitudine della sua cabina sulla tolda della Santa Maria. Potremmo dire che Colombo era dotato dell'istinto di un giornalista sperimentato dei nostri giorni, poiché tra le pagine del Diario scelse quei passaggi che sapeva avrebbero maggiormente colpito i lettori.

Il testo prende l'avvio con l’annuncio della scoperta delle nuove terre. Da quell’annuncio deriva la necessità di comunicare la notizia agli abitanti della Spagna e dell'Europa in generale. La difficoltà della scoperta è contenuta in una breve frase, nella quale il Navigatore spiega di aver attraversato l'Oceano, inviato dal re Ferdinando e dalla regina Isabella, con una piccola flotta di tre navi, anche se egli utilizza il roboante termine di “armata” per riferirsi alle tre piccole imbarcazioni scelte per la missione. Riferisce una durata del viaggio di trentatré giorni, mentre in realtà furono trentasei, dal momento che la flotta partì da La Gomera il 6 di settembre e arrivò a San Salvador il 12 di ottobre. Un errore solo apparente, che lo stesso Colombo ci spiega affermando che per tre giorni l’assenza di vento lo aveva bloccato al largo delle isole. In questo modo i giorni restavano trentatré, un numero simbolico con un forte significato spirituale, chiaro riferimento all’età di Cristo crocifisso, che serviva a sottolineare il senso altamente religioso del viaggio di scoperta.  Non dobbiamo dimenticare che il Diario del Primo Viaggio inizia con l’invocazione In Nomine Domini Nostri Jesu Christi e così prosegue: “Le Vostre Altezze, in quanto  cattolici cristiani, principi amanti della santa fede cristiana e desiderosi di espanderla, e nemici della setta di Maometto... pensarono di inviare me, Cristoforo Colombo, alla volta delle Indie per vedere i suddetti principi e i popoli e le terre e la conformazione di quelle e di tutto il resto, e (per vedere) il modo che si possa usare per la conversione di quelle alla nostra santa fede...”.

Cristoforo Colombo, in quanto grande conoscitore dell'opera Il Milione o Il libro delle Meraviglie di Marco Polo, testo che conteneva informazioni rilevanti sul continente asiatico che lui desiderava raggiungere con la traversata oceanica, era convinto che i sudditi dell'Imperatore Kublai Khan avrebbero accolto con entusiasmo l’arrivo di alcuni europei arrivati per portar loro la propria religione. Secondo quanto aveva potuto leggere, poco prima che i fratelli Matteo e Niccolò iniziassero il viaggio di ritorno in Europa dopo un lungo periplo attraverso la Cina, il Gran Khan consegnò loro una lettera destinata al Papa, nella quale sollecitava l'invio di cento uomini dotti nella fede cristiana affinché istruissero i suoi sudditi. L'Ammiraglio inizia la Lettera con la quale annuncia la scoperta del Nuovo Mondo dichiarando che il successo del viaggio è stato concesso da Nostro Signore. Queste parole confermano l'importanza da lui attribuita all'ispirazione cristiana della sua missione: la diffusione della fede di Cristo nelle terre nelle quali fosse arrivato.



Come conseguenza, la prima isola che scoprì fu battezzata con il nome di San Salvador, in ringraziamento a Sua Alta Maestà, usando le parole di Colombo. La seconda, per lo stesso motivo, sarà chiamata Santa Maria della Concezione. Dopo aver espresso il proprio ringraziamento verso Dio e la Vergine, alle seguenti tre isole sarebbero stati assegnati nomi in omaggio alla famiglia reale: Fernandina, Isabella, Juana (quest’ultimo non avrebbe avuto successo in quanto fin da subito tutti avrebbero nominato l'isola con il termine di Cuba, seguendo l’uso degli indigeni).

Raggiunta l'isola di Cuba durante il primo viaggio, dopo aver dovuto aggirare le isole Lucayas (o Bahamas), Colombo ne costeggiò la costa settentrionale fino a quando, rendendosi conto che lo avrebbe condotto sempre in direzione nord-ovest, mentre il suo desiderio era di esplorare in direzione sud, decise di ritornare. Fino a quel momento aveva già percorso 107 leghe (428 miglia) lungo la costa nord dell'isola, un percorso che dovette ripercorrere in senso contrario. Durante la navigazione verso Ponente, mentre attraversava lo stretto di 18 leghe (72 miglia) che separa Cuba da una nuova isola, alla quale pose il nome di Hispaniola, si verificò la separazione di Martín Alonso Pinzón, il quale si allontanò approfittando dell'oscurità notturna, nonostante i segnali che dalla Santa Maria gli venivano inviati con il fanale di poppa.  Era il 21 di novembre e la caravella Pinta continuò a navigare per 46 giorni in forma indipendente, provocando la forte irritazione dell'Ammiraglio verso il comportamento disobbediente del suo capitano, prodottosi mentre esplorava le coste sud dell'isola. Martín non riprese il suo posto fino al 6 di gennaio, quando Colombo aveva già deciso di iniziare il viaggio di ritorno. Della disobbedienza di Martín Alonso, così come della perdita della Santa Maria, non scrisse nulla nella Lettera.

Al termine del suo primo viaggio Colombo aveva maturato l'idea di aver scoperto solo delle isole, e questo è quello che scrive nella Lettera. Nel futuro l’incertezza maggiore riguarderà Cuba. Inizialmente aveva pensato trattarsi di una regione del Cathay, ma in seguito si convinse di aver raggiunto solo le isole che si trovavano di fronte alle coste dell'Asia. Un anno più tardi, quando nel suo secondo viaggio ne esplorò la costa meridionale, cambierà di opinione al rendersi conto della sua notevole estensione longitudinale. Questo avvenne quando, per la stanchezza degli uomini e l'esaurimento delle scorte, ordinò di ritornare indietro, dopo aver percorso 333 leghe senza averne ancora raggiunto l'estremità.

Nella Lettera Colombo riporta il dato della lunghezza della costa settentrionale di Hispaniola, che calcola essere di 188 leghe (720 miglia). Descrive gli approdi favorevoli, i numerosi fiumi che sfociano al mare, la bellezza della vegetazione rigogliosa, gli alberi molto frondosi e la varietà sorprendente dei diversi tipi di palme, mai visti prima. A tutto ciò faceva da sfondo il canto armonioso di innumerevoli uccelli. Nella Lettera indirizzata ai sovrani sottolinea inoltre l'altezza delle montagne e la fertilità delle valli, i cui terreni ritiene particolarmente adatti a numerose varietà di coltivazioni e all'allevamento ed in grado, pertanto, di alimentare una popolazione numerosa. Parla anche dell'abbondanza dell'oro, cui nel Diario del Primo Viaggio vi sono frequenti riferimenti.

La parte centrale della Lettera, quella cui Cristoforo Colombo dedica maggiore attenzione e che senza dubbio avrebbe suscitato l'interesse maggiore, tanto nei monarchi quanto nelle migliaia di lettori che la lessero, è la descrizione degli abitanti e delle loro usanze. Una descrizione dettagliata che mette in luce la bellezza dei loro visi e l'agilità dei corpi notando che “... sono del colore degli abitanti delle Canarie, né negri né bianchi...”, come aveva già scritto nel Diario con espressioni quasi identiche. Informò il re e la regina di come avesse cercato di guadagnarsi l'amicizia degli indios per mezzo di regali, pensando che sarebbe stata la strada migliore per convertirli al cristianesimo. A questo scopo diede ordine ai suoi uomini di trattarli bene e che, a cambio dei regali che gli indios donavano con piena generosità, venissero distribuiti quegli oggetti portati dalla Spagna proprio con questo fine. Si dimostrò favorevolmente colpito dal loro comportamento pacifico, notando che non portavano nessun tipo di arma, ad eccezione di canne a un’estremità delle quali collocavano una punta affilata. Sottolineò anche il rapporto armonioso con l'ambiente naturale in cui vivevano.

L'Ammiraglio descrisse quelle genti come fornite di una naturale predisposizione alla bontà. Per tutta la durata del loro incontro accolsero pacificamente gli spagnoli e poiché li ritenevano inviati dal Cielo, uscivano loro incontro portando cibo e regali. Fin dal primo momento Cristoforo Colombo diede ai nativi di quelle terre il nome di indios, poiché riteneva vivessero nelle isole che fronteggiavano le coste del continente asiatico, di cui l'India era una delle regioni principali . Leggendo quelle descrizioni, le più belle del resoconto, non è difficile pensare che i lettori si sarebbero convinti che la piccola flotta di Colombo avesse raggiunto una terra paradisiaca, nella quale esistevano creature pacifiche e di animo buono, le quali vivevano in luoghi bellissimi senza conoscere la fame, le malattie e le guerre.

Se la descrizione di quelle terre, ricoperte da una vegetazione lussureggiante e nelle quali vivevano indigeni pacifici, presentava una visione idealizzata, tuttavia, in uno scenario tanto meraviglioso, faceva capolino l'ombra della malvagità. Per quanto non li avesse visti con i propri occhi, l'Ammiraglio scrisse a proposito dei caribe  e delle loro scorribande nelle isole caraibiche. Erano informazioni che gli provenivano dai suoi interlocutori indigeni: attraverso gli interpreti che accompagnavano gli spagnoli a bordo delle loro imbarcazioni venne a sapere che abitavano su un'isola a levante di Hispaniola. Da lì, a bordo di grandi canoe capaci di affrontare il mare aperto, percorrevano grandi distanze per sbarcare di sorpresa sulla costa e catturare decine di pacifici tainos, che a stento potevano difendersi dalla loro ferocia. Prendevano prigionieri uomini, donne e bambini per mangiarseli. Questa notizia sarebbe stata l'anticipazione dell'orrore che gli spagnoli avrebbero contemplato con i propri occhi all'arrivo nell’isola di Guadalupe, durante il secondo viaggio di Colombo.

Gli spagnoli restarono sorpresi alla vista di grandi canoe costituite da un blocco unico: enormi tronchi provenienti da alberi scavati con grande sforzo e in grado di trasportare da 60 a 80 uomini. La grandezza di queste imbarcazioni ci aiuta ad immaginare le dimensioni non comuni degli alberi da cui furono ricavate. Questi dovevano essere scelti tra quelli vicini alla riva del mare o di un fiume, altrimenti non sarebbe stato possibile trasportarli. Il nostro Navigatore paragona quelle canoe alle “fuste”, un tipo di galera diffusa nel Mediterraneo, anche se minori per dimensione. Dette imbarcazioni servirono agli indigeni per realizzare lunghi viaggi e conoscere la geografia delle isole caraibiche. Gli spagnoli avrebbero ricavato notizie sulle dimensioni delle isole che esploravano dagli indigeni che imbarcavano con loro e che svolgevano la funzione di interpreti presso i nativi della costa, grazie alla notevole conoscenza della lingua castigliana che andavano velocemente acquisendo.  Attraverso di loro Cristoforo Colombo poté sapere che Cuba era di enormi dimensioni, tanto che nella Lettera annotò che era maggiore dell'Inghilterra e della Scozia messe insieme. Credeva che anche Hispaniola fosse di notevoli dimensioni, con un perimetro equivalente a quello della Spagna, misurato dalla località francese di Colliure, nei pressi di Perpignan, fino a Hondarribia  nella provincia di Guipúzcoa.

Secondo l'Ammiraglio l'isola di Hispaniola, battezzata con questo nome in omaggio alla nazione che lo aveva appoggiato nella realizzazione del suo sogno, era il luogo più adeguato per insediare una popolazione. Per questo, come si legge nella Lettera, aveva fatto costruire Villa La Navidad. Tuttavia non fa cenno all'affondamento della “nao” Santa María, che si era incagliata in una vicina scogliera corallina, né tantomeno all'esigenza di costruire un forte dove lasciare i 40 uomini dell'equipaggio con armi leggere e bombarde per difendersi da un possibile attacco della popolazione dei caribe. A proposito del colore della pelle dei nativi, scrisse che non erano neri come gli abitanti della Guinea – facendo così intendere che aveva viaggiato in quel luogo – ma molto più bianchi. Come spiegazione adduce il fatto che la costa settentrionale di Hispaniola si trova a una latitudine di ventisei gradi, mentre la Guinea è molto più prossima all'equatore. Questo dato, molto vicino alla misura reale, può sorprendere il lettore più attento dato che, nel Diario del Primo Viaggio, aveva invece annotato per due volte che la costa nord di Cuba distava quarantadue gradi dalla linea equatoriale . Il fatto che nel Diario appaia un valore così distante dalla realtà ha spinto molti storici a concludere che in quel periodo Cristoforo Colombo non fosse capace di misurare la latitudine con il quadrante e l'astrolabio. Ma il fatto che, solo pochi giorni più tardi, il nostro Navigatore ci offra la latitudine reale, mi spinge invece ad affermare che l'Ammiraglio modificò intenzionalmente le rilevazioni contenute nel Diario per il timore che questo potesse cadere nelle mani dei portoghesi. La latitudine era la coordinata fondamentale per navigare fino alle isole del Nuovo Mondo. Un segreto che avrebbe voluto conoscere Giovanni II del Portogallo durante l'udienza che concesse a Colombo a Lisbona. Per questo motivo, solo quando fu certo che il rischio era passato, annotò nella lettera diretta ai Sovrani e ai funzionari della Corte la misura reale.



Oltre ai riferimenti d'obbligo alla presenza di oro, il nostro Navigatore annotò l'esistenza di altri prodotti d’interesse commerciale, come le spezie, il cotone – che gli indios filavano sapientemente e con il quale producevano amache, panni e le succinte stoffe con le quali le donne coprivano le parti intime – mastice, àloe, rabarbaro e cannella. Lo scopo era di suscitare l'interesse dei sovrani verso il profitto economico che sarebbe derivato per le finanze reali e in questo modo spingerli a inviare nelle nuove isole ulteriori spedizioni sotto il suo comando.

Nelle righe finali della Lettera, Colombo inserisce una lode ai Sovrani grazie ai quali era stato possibile l'invio della piccola flotta, ed un ringraziamento a Dio, che gli aveva concesso la gioia di portare la fede in Gesù Cristo agli abitanti di quelle lontane isole, sottolineando così nuovamente l'ispirazione religiosa del viaggio oceanico.

Il 4 marzo 1493 l'Ammiraglio entrò nell'estuario del fiume Tago, dove si trova il porto di Lisbona. Il giorno precedente si era imbattuto in una terribile tempesta che, durante la notte, fu quasi sul punto di far affondare la piccola Niña sulla quale viaggiava. Nonostante le critiche di alcuni storici, dobbiamo dire che se entrò in un porto del Portogallo non fu per il desiderio di vantarsi davanti a Giovanni II, il re che anni addietro non aveva riconosciuto il valore del suo progetto, ma piuttosto perché la tormenta aveva distrutto tutte le vele tranne una e restava quindi solo l'opzione di un attracco forzato. Una scelta che è sempre giustificata da qualsiasi navigatore in ogni epoca. D'altra parte Colombo si sentiva protetto da una lettera di presentazione, o salvacondotto, rilasciatagli dai Sovrani spagnoli che copriva qualsiasi eventualità. La lettera si esprimeva con queste parole: “A tutti i serenissimi e illustrissimi sovrani, ai loro primogeniti, consanguinei e amici nostri carissimi, ai cui mari, porti, spiagge, dominȋ, terre, città e giurisdizioni approdasse il predetto Cristoforo Colombo, noi, Ferdinando e Isabella, per grazia di Dio Re e Regina di Castiglia... con affetto e con sollecitudine, per attenzione e considerazione verso di noi, ve lo raccomandiamo e vi preghiamo non solo di accoglierlo benignamente con le caravelle e le navi che conducesse con sé, e di riceverlo nei vostri regni, principati, città piazzeforti e terre, porti e spiagge, ma anche che lo facciate entrare e gli permettiate di circolare liberamente, con le medesime caravelle e altre navi, e con le mercanzie e tutti i beni portati dallo stesso in dette imbarcazioni. Inoltre, richiesti e da lui pregati in ossequio nostro (vi chiediamo) che lo supportiate con aiuti, opere, ausilio e favore opportuni, che permettiate, ordiniate e provvediate tutte le cose necessarie per vettovagliamento e rifornimento delle predette navi...”

Da Lisbona Cristoforo Colombo inviò le lettere: quella per i Sovrani, che avevano patrocinato il suo viaggio, e quelle per Luis de Santángel, Gabriel Sánchez e per il duca dell’Infantado . Il monarca portoghese offrì la collaborazione di un messaggero reale per l'invio di una lettera ai Sovrani spagnoli. Non sappiamo se costui fu utilizzato però, ciò su cui Fernando Colombo nella sua opera Vita dell'Ammiraglio non ha esitazioni, è che suo padre scrisse ai Sovrani dalla capitale portoghese. Le lettere a Luis de Santángel e a Gabriel Sánchez, entrambi cortigiani di alto rango e assai prossimi alle loro Maestà, erano simili a quella diretta ai monarchi. L'invio attraverso differenti canali era la maniera di assicurarsi che il messaggio, il cui contenuto aveva una così alta importanza, arrivasse in una via o nell'altra a conoscenza dei Sovrani.

Luis de Santángel era uno dei funzionari più rilevanti della Corte. Nel 1481 aveva ottenuto l'incarico di Scrivano de Ración . Era incaricato del rifornimento dei viveri e di amministrare le spese dell'alimentazione della Corte, eccetto quelle derivanti dalla tavola reale. Cristoforo Colombo lo aveva conosciuto in occasione della prima udienza ottenuta dai Sovrani, svoltasi il 20 gennaio del 1486 ad Alcalá de Henares. Presto sarebbe nata un'amicizia tra i due e il funzionario si sarebbe trasformato nel principale sostenitore di Colombo, rivestendo un ruolo chiave nel convincere la Regina di quanto fosse conveniente sostenere il progetto di Colombo. Erano i giorni della prima metà di gennaio 1492 quando ebbe luogo l'udienza del nostro Navigatore davanti alla Corte in una Granada da poco conquistata. Il risultato fu negativo dato che, a causa delle richieste avanzate, Colombo ripartì a mani vuote. A quel punto ebbe luogo il brillante intervento dello Scrivano de Ración nei confronti della Regina di Castiglia, intervento che Fernando Colombo ha descritto con le parole che seguono:
“Essendo già iniziato il mese di gennaio del 1492, lo stesso giorno che l’Ammiraglio partì da Santa Fe, dispiacendo la sua partenza, tra gli altri a Luis de Santángel, …, desideroso costui di potervi rimediare, si presentò alla Regina, e con parole che gli suggeriva il desiderio di convincerla, e allo stesso tempo di rappresentarla, Le disse che si meravigliava molto di vedere come, essendo Sua Altezza sempre di animo pronto verso ogni impresa seria e importante, le mancasse ora lo spirito per affrontarne una nella quale vi era poco rischio e dalla quale poteva risultare tanto servizio a Dio e all’esaltazione della Sua Chiesa, non senza un grandissimo e glorioso accrescimento dei suoi regni e possedimenti; inoltre aggiunse che, se qualche altro principe avesse ottenuto ciò che l’Ammiraglio offriva, era evidente che al suo stato ne sarebbe derivato un danno; e in tal caso sarebbe stata a ragione gravemente rimproverata dai suoi stessi amici e servitori e censurata dai suoi nemici; che avrebbe di conseguenza provato pena per se stessa e i suoi successori ne sarebbero rimasti giustamente addolorati. Di conseguenza, dato che l’impresa sembrava avere un buon fondamento, e che l’Ammiraglio, che la proponeva, era un uomo assennato e preparato, e non chiedeva come ricompensa nient’altro che ciò che avesse trovato ed era disposto a partecipare alle spese, mettendo in gioco la sua persona, per tutto ciò non doveva Sua Altezza giudicare quell’impresa così impossibile come le dicevano i dotti di corte… A quelle parole la Regina cattolica, rendendosi conto della bontà del desiderio di Santángel, rispose ringraziandolo per il suo buon consiglio, e dicendo che era ben disposta ad accettarlo, a condizione che se ne rinviasse l’esecuzione a quando avesse avuto un attimo di respiro da quella guerra; inoltre, sebbene lui la pensasse diversamente, era pronta a utilizzare i propri gioielli per cercare qualche prestito ed ottenere la quantità di denaro necessaria a costituire tale armata. Però Santángel, visto il favore che gli faceva la Regina nell’accettare dietro suo consiglio quello che prima aveva rifiutato dietro consiglio di altri, rispose che non era necessario impegnare i gioielli, perché lui stesso avrebbe offerto un piccolo servizio a Sua Altezza prestandole il proprio denaro. Presa tale decisione, la Regina inviò rapidamente un capitano come messaggero per fare tornare indietro l’Ammiraglio.”

Come abbiamo detto, non solo Santángel convinse la Regina che fosse conveniente sostenere il progetto di Colombo, ma si offrì anche di occuparsi del suo finanziamento. L'altro destinatario della Lettera fu Gabriel Sánchez, Tesoriere della Corona di Aragona. Sebbene i documenti dell'epoca non ci offrano notizie sul suo ruolo, supponiamo che dovette essere simile a quello svolto da Luis de Santángel.

Colombo scrisse anche al duca di Medinaceli, che tanto lo aveva appoggiato durante i tempi difficili dell'attesa in Castiglia e nella cui casa del Puerto di Santa Maria si era alloggiato per due anni. La missiva fu indirizzata al villaggio castigliano di Cogolludo, dove il duca possedeva un bellissimo palazzo rinascimentale. Sebbene il documento non sia arrivato ai nostri giorni, abbiamo la prova della sua esistenza dalla corrispondenza incrociata con il Cardinale Pedro González de Mendoza, arcivescovo di Toledo, nella quale si fa riferimento ad essa. Con questa abbiamo la conferma che furono quattro le lettere inviate da Cristoforo Colombo da Lisbona. In quell'epoca l'invio dovette risultare costoso, ma ciò non trattenne il nostro Navigatore, che poteva pagare con l'oro che portava con sé.

Quando la Lettera di Colombo arrivò a Corte, i Sovrani erano già a conoscenza dell’esito positivo della spedizione oceanica. Dal villaggio di Bayona, un piccolo porto di pescatori situato nella Ria di Vigo , Martín Alonso Pinzón aveva scritto ai Sovrani comunicando la felice notizia . Ricordiamo che il capitano palermo , al comando della Pinta, aveva iniziato il ritorno da Hispaniola accompagnando la Niña, sulla quale viaggiava l’Ammiraglio e il cui capitano era Vicente Yañez Pinzón, il fratello di Martín Alonso. Le due caravelle avevano navigato insieme durante la prima parte del viaggio di ritorno, però il giorno 12 febbraio furono raggiunte da delle forti tormente che resero via via più difficile navigare insieme fino a quando, nella notte del 14 febbraio, a causa delle alte onde, persero il contatto visivo. Non si sarebbero più rivisti fino all’attracco di entrambi a Palos de la Frontera, un mese più tardi. Sappiamo dell’esistenza della lettera di Pinzón da Jerónimo Zurita, cronista di Aragona.

Secondo fra’ Bartolomeo de Las Casas, l’Ammiraglio inviò da Siviglia una lettera al Re e alla Regina, che si trovavano a Barcellona. Crediamo che si trattasse di una seconda lettera per mezzo della quale chiedeva l’autorizzazione a recarsi presso la Corte per essere ricevuto in udienza dai Monarchi. I Sovrani risposero al nostro Navigatore per mezzo di una lettera inviata da Barcellona il 30 marzo 1493.

La Lettera con la quale Cristoforo Colombo annuncia la scoperta del Nuovo Mondo risulta datata “15 febbraio 1493”, a bordo della caravella, nei pressi dell’isola di Canaria, ma non crediamo che ciò corrisponda a verità. Non possiamo dire esattamente quando e dove venne realmente scritta la Lettera, ma crediamo che la data non possa assolutamente essere quella riportata, in quanto in quella data la Niña si trovava nel pieno della tormenta e in tali condizioni sarebbe stato impossibile scrivere. Tantomeno la caravella poteva trovarsi nei pressi delle isole Canarie, ma piuttosto dell’arcipelago delle Azzorre, come risulta dal Diario.

L’Ammiraglio, da uomo previdente qual era, da molti mesi aveva ben chiaro che doveva preparare una breve relazione per i Monarchi che lo avevano inviato, informandoli delle scoperte compiute. Crediamo che ne abbia iniziato la redazione durante il ritorno, nelle giornate in cui il tempo era più sereno e poteva contare sulla tranquillità del mare necessaria per la stesura. Addirittura potrebbe aver cominciato durante gli ultimi giorni di permanenza a Hispaniola, quando la caravella veniva dolcemente cullata dalle acque tranquille dei fondali che il suo istinto nautico gli aiutava a scegliere, al riparo dal mare aperto e dal vento. Attraverso le pagine del Diario sappiamo che il 16 gennaio del 1493 partì dal Golfo de la Flechas, sulla costa settentrionale di Hispaniola. Fino al giorno 12 di febbraio, quando lo raggiunge la tormenta, navigarono con mare favorevole. Era trascorso quasi un mese, durante il quale c’erano stati anche momenti di bonaccia, una condizione ideale per scrivere.

Abbiamo visto come l’Ammiraglio preparò una Lettera per i Sovrani, che in seguito copiò in due esemplari, rispettivamente per Luis de Santángel e Gabriel Sánchez, che si trovavano presso la Corte, più un terzo per il duca di Medinaceli. Mentre scriveva utilizzava il Diario, dal quale estrapolava i passaggi più interessanti ed esotici. La scelta dei temi da trattare e lo sforzo per catturare l’interesse dei lettori rivelano l’influenza di Marco Polo. Non per nulla l’Ammiraglio aveva letto varie volte Il Milione, come anche il Libro delle meraviglie del mondo di John Mandeville  dove si descrivono le regioni del lontano Oriente. Fra i libri della sua biblioteca  Fernando Colombo ci ha lasciato un esemplare de Il Milione di Marco Polo appartenuto al padre , sui cui margini si possono vedere numerose annotazioni di pugno di Colombo, a testimonianza di una lettura approfondita. Non deve stupire che il futuro Ammiraglio s’interessasse e accedesse a questi e altri libri di viaggi: non dobbiamo dimenticare che era un lettore vorace ed era stato lui stesso venditore di libri a stampa durante gli anni della sua permanenza in Castiglia in attesa che i monarchi accettassero di finanziare il progetto.

Questi quattro esemplari non furono gli unici che il nostro Navigatore scrisse in quei giorni. Ci furono infatti altri due documenti che dovette redigere e della cui esistenza sappiamo attraverso le pagine del Diario del Primo Viaggio. Ci riferiamo a quelli che furono preparati per essere affidati al mare nel caso la caravella Niña fosse affondata in mezzo alla tormenta. Il 14 febbraio, quando le onde si accanivano con maggior furia contro la piccola caravella, la situazione a bordo si fece così tesa che l’equipaggio decise di invocare l’aiuto del Cielo. Servendosi di un bonete  al cui interno erano stati posti alcuni ceci, su uno dei quali era dipinta una croce, si tirò a sorte tra i membri dell’equipaggio a chi toccasse recarsi in pellegrinaggio ai santuari di Guadalupe (Estremadura), Santa Maria di Loreto (Ancona, Italia) e Santa Clara di Moguer (Huelva). Nel primo e nel terzo caso la sorte cadde sull’Ammiraglio, mentre nel secondo toccò a un marinaio chiamato Pedro de Villa, cui Colombo si offrì di pagare il viaggio. In quella circostanza l’Ammiraglio prese anche una precauzione supplementare. Preparò una pergamena sopra la quale scrisse quanto poté sulla scoperta del Nuovo Mondo da lui compiuta. La pergamena era indirizzata ai Sovrani e si chiedeva, a chi l’avesse trovata, di portarla a Corte con la promessa di una ricca ricompensa. Venne avvolta in un panno cerato e poi legata strettamente affinché non vi entrasse l’acqua. Fu quindi introdotta in un barile di legno, di quelli utilizzati a bordo per l’acqua, che venne abbandonato in mare . A qualche ora di distanza preparò una seconda copia, contenente le medesime informazioni, la quale, collocata all’interno di un blocco di cera vergine, fu introdotta in un secondo barile. In questo caso il barile non fu tirato in mare, bensì legato alla parte più alta della poppa della Niña con la speranza che, in caso di affondamento, il barile restasse a galla e venisse poi recuperato .

Il 15 marzo del 1493, a mezzogiorno, la Niña fece la sua entrata nel porto fluviale di Palos de la Frontera. Alcune ore più tardi entrava anche la Pinta di Martín Alonso Pinzón. L’Ammiraglio aveva deciso che si sarebbe recato a Barcellona per presentarsi davanti ai Sovrani, un atto dovuto nei confronti di coloro che avevano patrocinato la sua spedizione. Considerò se gli convenisse viaggiare per mare ma, conoscendo la climatologia sfavorevole durante la stagione invernale lungo le coste catalane, prese la decisione di intraprendere il viaggio per via di terra. Oltre alla maggior sicurezza, compiere il tragitto terrestre presentava il vantaggio che con il suo passaggio si sarebbe diffusa, tra le popolazioni che attraversava, la notizia della sua impresa. Partì da Palos alla fine di marzo o all’inizio di aprile accompagnato da un’esotica comitiva che contava, tra i suoi componenti più esotici, sei indios provenienti da quelle terre lontane, oltre a pappagalli dai colori vivaci e a splendidi gioielli d’oro. Nel cammino attraversarono le città di Siviglia, Cordoba, Murcia, Valencia, Tortosa e Tarragona, così come numerosi altri paesi e villaggi, lasciando una vivida impressione negli abitanti. Arrivarono a Barcellona tra il 15 e il 20 di aprile del 1493. In quei giorni il re Fernando si era già rimesso completamente da una coltellata al collo, ricevuta alcuni mesi prima da un contadino, la quale, se non gli era costata la vita, era solo perché il colpo era stato deviato dal pesante collare che portava al petto.

Bartolomeo de Las Casas ci ha lasciato l’unico resoconto di come fu l’accoglienza di Cristoforo Colombo a Corte. Il nostro Navigatore fu ricevuto con grandi onori; i Sovrani erano entusiasti per il trionfo della spedizione che ampliava di nuovi territori il regno di Castiglia. Per parte sua l’Ammiraglio non stava in sé dalla gioia. Era il momento così a lungo sognato, quando finalmente tutti i dubbi e i timori sparivano: le preoccupazioni e le sofferenze che aveva patito durante gli anni di attesa venivano ricompensate e l’incredulità con cui i cortigiani lo avevano ascoltato in precedenza era ormai sparita.

I Sovrani fecero eccezionalmente sedere Cristoforo Colombo davanti a loro e gli chiesero di raccontare le esperienze da lui vissute durante il viaggio. Isabella e Ferdinando ascoltavano meravigliati, accompagnando con commenti quasi increduli il racconto dei momenti più significativi. Gli indios, i pappagalli variopinti, gli strani semi, l’oro e gli altri numerosi oggetti che provenivano dalle terre appena scoperte erano la prova incontrovertibile che non stava mentendo e lui li mostrava con orgoglio a tutti coloro che, tempo addietro, lo avevano giudicato un illuso e un imbroglione.

Il giorno seguente l’Ammiraglio poté accompagnare il corteo reale e gli fu concesso l'onore di occupare il posto immediatamente dietro ai Sovrani e all’erede al trono, il principe Giovanni. Si celebrarono in quei giorni banchetti in suo onore e i numerosi ammiratori tessevano le lodi del suo trionfo in ogni angolo della popolosa città mediterranea.

Un’attenzione particolare fu dedicata da parte dei Sovrani ai sei indios portati da quelle lontane terre; furono battezzati, come era loro esplicito desiderio, e ai primi furono dati i nomi dei sovrani. Uno fra essi ricevette il nome di Giovanni di Castiglia, come il Principe, e venne accolto nel Palazzo Reale come fosse il figlio di un nobile in più, potendo così ricevere un’educazione molto accurata. Tutti sarebbero ritornati al Nuovo Mondo con il secondo viaggio di Colombo, eccetto quello che restò con il Principe .

Nella bella città mediterranea si celebrarono feste e banchetti per festeggiare il successo della spedizione: nel primo di quei banchetti i Sovrani concedettero all’Ammiraglio l’onore della salva: una curiosa usanza di quell’epoca consistente nel fare assaggiare previamente i piatti destinati ai personaggi importanti: una forma elementare di precauzione per prevenire i frequenti casi di avvelenamento, fortuiti o intenzionali che fossero.

Fino a quel momento solo la Corte spagnola, quella del sovrano portoghese e le persone che avevano assistito al passaggio della comitiva di Colombo mentre attraversava la Spagna da Siviglia a Barcellona, conoscevano la notizia della scoperta di terre lontane. Era necessario che questa si propagasse per le città della Castiglia e di Aragona e che arrivasse a tutti gli altri paesi europei. Secondo Bartolomeo de Las Casas, i Sovrani decisero che si dovesse diffondere la notizia per tutta la Cristianità e la miglior maniera di farlo era per mezzo della stampa. La prima edizione a stampa della Lettera ebbe luogo a Barcellona e, sebbene nel documento non figuri la data, dovrebbe risalire all’aprile del 1493. Il testo, scritto in castigliano dell’epoca, fu ricavato dalla missiva che il nostro Navigatore aveva diretto a Luis de Santángel e si stampò in un opuscolo di quattro pagine nel formato in folio. Secondo le osservazioni dello storico José María Asensio, confrontando i caratteri tipografici con altre opere dello stesso periodo possiamo dedurre che dovette uscire dalla stamperia di Pere Posa.  Più tardi anche il bibliofilo tedesco Conrad Haebler  arrivò alla medesima conclusione.

Carlos Sanz, che possiede un’ampia conoscenza dell’argomento per aver pubblicato diversi studi dedicati alla Lettera di Colombo, ha evidenziato la scarsa qualità di questa prima edizione uscita dalla stamperia barcellonese di Pere Posa.  Definisce il lavoro come grezzo e approssimativo, assolutamente inadeguato all’importanza della notizia che conteneva. Aggiunge che la redazione conteneva molti catalanismi ed era costellata di errori tipografici . Andrés Bernáldez fu l’unico storico contemporaneo a citare l’esistenza della Lettera di Colombo in castigliano. La trascrisse anche nella sua opera , la cui redazione terminò nel 1513, ma che venne stampata solo tre secoli dopo (1856).

Non sappiamo quale fosse il numero degli esemplari di quella prima edizione barcellonese, uno solo dei quali è arrivato fino ai nostri giorni. Questo unico sopravvissuto, nonostante i difetti evidenziati da Carlos Sanz, è considerato un documento di altissimo valore e, dopo aver passato vari anni riposando negli scaffali della Lenox Library, è attualmente conservato presso la New York Public Library.

La Lettera nella quale Colombo annuncia la Scoperta del Nuovo Mondo fu tradotta in latino dal chierico aragonese Leandro de Cosco il 29 aprile 1493 per essere stampata a Roma verso la metà del mese di maggio da Stephanus Plank. Il chierico prese come fonte il testo della lettera diretta a Gabriel Sánchez. E’ curioso notare che, in questa prima edizione latina, Ferdinando di Aragona appare come unico patrocinatore del viaggio di Colombo, errore che venne corretto nelle edizioni seguenti a cura nuovamente di Planck e di Eucharius Argenteus (chiamato anche Frank Silver), stampate nuovamente a Roma. Dopo queste tre stampe a Roma, con lo stesso testo latino e nello stesso anno 1493, ne venne alla luce una ad Anversa, un’altra a Basilea e tre a Parigi. L’anno seguente ne sarebbe uscita una ulteriore a Basilea. Si raggiungevano così le nove edizioni in latino, che assicuravano la diffusione della notizia nei paesi europei.

Nell’anno 1497, a Strasburgo, la Lettera fu stampata in tedesco. In quello stesso anno sarebbe uscita la seconda edizione in castigliano, da una tipografia di Valladolid. Ci furono anche stampe in italiano, preparate a partire dalla traduzione in latino di Leandro de Cosco. La prima di esse, con un poemetto in rima di Giuliano Dati ispirato al testo di Colombo, venne alla luce a Roma il 25 giugno del 1493. In ottobre di quello stesso anno, sempre con il poemetto di Dati, si stamparono quattro edizioni a Firenze. Per l’enorme diffusione che ebbe, possiamo affermare che la traduzione in latino di Leandro de Cosco ebbe molta maggiore importanza del testo originale in castigliano. Oltre alle precedenti, è esistita anche una Lettera in catalano di cui non sappiamo la data precisa, dato che non se ne conserva alcun esemplare. Della sua esistenza, come ha dimostrato Carlos Sanz, abbiamo testimonianza grazie all’Abecedarium dei libri appartenuti a Fernando Colombo .

In totale, nei soli cinque anni tra il 1493 e il 1497, le edizioni arrivano a diciotto, provenienti da stamperie di Barcellona, Roma, Anversa, Parigi, Basilea, Strasburgo, Firenze, e Valladolid nelle differenti lingue: spagnolo, italiano, latino, tedesco e catalano. Un tale numero di edizioni in un tempo così ridotto ci indica l’enorme interesse che suscitò la notizia della scoperta di Colombo negli altri paesi europei. L’uso della stampa, la cui prima tipografia si era installata in Spagna solamente venti anni prima , ricoprì un’importanza speciale in quanto fu il fattore determinante per la diffusione della notizia. Dobbiamo però anche tenere in considerazione che, oltre alle edizioni a stampa uscite dalle tipografie delle principali capitali europee, vi furono innumerevoli copie manoscritte realizzate nelle località dove non vi erano stamperie e che circolarono facilmente nelle città e nei paesi di piccole dimensioni contribuendo a diffondere la notizia delle nuove terre con una sorprendente rapidità.

La lettura della Lettera di Colombo provocò un’autentica commozione tra i lettori europei e la notizia si diffuse in tutta Europa a una grande velocità. Nel frattempo, in Castiglia, i Sovrani decisero di iniziare i preparativi per una seconda spedizione, che permettesse la fondazione di una città e cominciarono una manovra diplomatica presso il Papa Alessandro VI. Il loro obiettivo era che il Santo Padre aggiudicasse ai Re Cattolici la proprietà esclusiva delle isole scoperte. Attraverso Cristoforo Colombo i Sovrani spagnoli sapevano che Giovanni II aveva intenzione di reclamare tutte le terre che si trovassero a sud del parallelo delle Canarie, situate nei 26 gradi di latitudine Nord. Per difendere i suoi diritti, il re portoghese aveva inviato l’ambasciatore Ruy de Sande presso la Corte di Castiglia.

Il re del Portogallo basava la sua pretesa sull’applicazione favorevole ai suoi interessi del trattato di Alcaçovas-Toledo, nel quale i due regni avevano concordato che al Portogallo spettasse il diritto di esplorare in esclusiva tutto lo spazio africano situato a sud dell’arcipelago delle Canarie.  Nel trattato, però, non si diceva nulla delle nuove isole che fossero state scoperte nell’Oceano.

Isabella e Ferdinando, che presso la corte portoghese avevano numerosi informatori, avevano ricevuto notizia, negli ultimi anni, del progresso delle esplorazioni portoghesi, per quanto la segretezza adoperata dal re tentasse di impedirlo. Avevano visto come, dalla firma del trattato nel 1479, i navigatori portoghesi erano avanzati lungo la costa africana fino a che, nel 1487, Bartolomeo Diaz, aveva doppiato il capo di Buona Speranza, estremo meridionale del continente africano. Soprattutto erano coscienti della limitazione che l’applicazione di detto accordo aveva supposto per la Castiglia. Mentre infatti i portoghesi avevano avuto la via aperta per le loro esplorazioni africane, queste erano rimaste interdette ai castigliani, il cui raggio di azione rimaneva circoscritto alle navigazioni verso le isole Canarie.

Se ora, grazie a Cristoforo Colombo, erano state scoperte nuove isole al di là dell’Oceano, i Re Cattolici avevano recuperato la possibilità di manovra per nuove esplorazioni all’altra sponda dell’Atlantico. Pensavano che queste avrebbero potuto adeguatamente compensare i progressi portoghesi in Africa e non erano disposti a condividere le loro proprietà con il regno vicino. Per questo si adoperarono per ottenere un nuovo accordo da applicare al nuovo scenario geografico, molto diverso dal precedente e nel quale fosse riconosciuta alla Castiglia la proprietà esclusiva delle terre del Nuovo Mondo, accettando di buon grado che quanto esplorato dal Portogallo in Africa restasse di proprietà dei portoghesi, in virtù del trattato precedente. L’opinione generale alla corte di Castiglia era che la cosa più adeguata fosse una ripartizione dello spazio oceanico per mezzo di un meridiano situato al massimo poco oltre le isole Azzorre, che dividesse l’Oceano in due parti, assegnando ai castigliani le isole e le terre situate ad ovest di quella linea.

In quell’epoca l’autorità del Papa, in quanto successore di San Pietro alla guida della Chiesa di Roma, comprendeva molti aspetti, non solo religiosi, della vita quotidiana dei sudditi dei regni europei. In occasioni precedenti Portogallo e Spagna erano ricorsi all’arbitrato del Papa per risolvere conflitti di natura geografica, poiché gli si riconosceva l’autorità di assegnare terre al sovrano di un determinato regno, a condizione che non appartenessero già a nessun altro principe cristiano. Così era successo nel 1455, quando il papa Nicolò V, per mezzo della bolla Romanus Pontifex, concesse ai portoghesi le isole, i porti, le coste e i mari che fossero stati scoperti al di là del capo Bojador. Proprio all’autorità del Papa ricorsero nuovamente i Sovrani spagnoli, sollecitando quello che attualmente si definirebbe come un arbitrato internazionale, con il quale venisse loro assicurata la proprietà esclusiva dei territori scoperti da Colombo.

Dalle trattative diplomatiche portate a compimento presso la Santa Sede nacquero le tre Bolle Inter Coetera, del 3 e 4 maggio 1493. Anche se può essere che qualcuno di questi documenti papali sia stato redatto posteriormente, tutti portano la data dei primi giorni del mese di maggio, con lo scopo di non sollevare i sospetti del re portoghese. Più tardi saranno completati dalla Bolla Dudum Siquidem, del 26 di settembre. In queste Bolle si attribuirono alla Castiglia le isole e le nuove terre scoperte o ancora da scoprire che si trovassero a partire da 100 leghe ad ovest delle isole Azzorre. Inoltre, nell’ultima Bolla, si concedeva alla Spagna la possibilità di ampliare la propria zona fino all’India, a patto che lo facesse navigando sempre verso ovest e che i portoghesi non vi fossero arrivati prima. Questo diede vita a una corsa tra i due regni per arrivare per primi alla meta.

Le Bolle papali costituirono un trionfo diplomatico, ottenuto grazie all’abilità del re Ferdinando di Aragona e favorito dal fatto che il Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borja (o Borgia come lo conosce la Storia), era di origine spagnola.

La Lettera di Colombo fece sì che molti desiderassero viaggiare verso le nuove terre, considerate come un paradiso dal clima gradevole, popolato da genti che si dimostravano amabili e rispettose verso gli spagnoli e le cui isole erano ricche di oro e pietre preziose che si potevano raccogliere con poco sforzo. La prospettiva era talmente invitante che furono molti coloro che si misero in lista per partire con la spedizione di diciassette navi che si stava preparando nel porto fluviale di Siviglia. Incaricato dell’organizzazione era il vescovo Juan de Fonseca, che si dedicò a riunire gli uomini, gli animali e le attrezzature che sarebbero stati imbarcati. In totale furono duemila, ai quali vanno sommati cinquecento uomini di equipaggio, coloro che avrebbero viaggiato verso il Nuovo Mondo. Una specie di anticipazione di quella corsa all’oro che si sarebbe prodotta secoli dopo in California. Una visione idealizzata delle nuove terre, che solo l’esperienza diretta avrebbe permesso di ricondurre alla realtà.

Grazie alla Lettera, Cristoforo Colombo raggiunse una notorietà universale, cosa non facile da ottenere in vita. Il racconto acquisì una grande fama dato che il primo viaggio di Colombo è, probabilmente, l’avventura più bella che un navigatore abbia mai portato a termine. Grazie all’enorme diffusione della Lettera, il nome di Colombo, insieme a quelli della regina Isabella di Castiglia e del re Ferdinando II di Aragona, patrocinatori del suo progetto, furono occasione di discussioni nei luoghi più reconditi d’Europa. Senza rendersene conto, il nostro Navigatore aveva realizzato la migliore propaganda della propria impresa. Forse non tutti a quel tempo ne erano coscienti, ma erano state scritte le pagine più significative della Storia Universale. Qualche anno dopo Francisco López de Gómara , nella sua Storia Generale delle Indie, avrebbe scritto:

La maggior cosa dopo la Creazione del mondo, togliendo l’incarnazione e la morte di colui che lo creò, è la scoperta delle Indie: e perciò lo chiamano Nuovo Mondo

L’esemplare che ora ha tra le mani è un’edizione facsimile di quella che fu stampata a Barcellona, nel 1914, dal tipografo Eudall Canibell, il quale volle mantenere i caratteri gotici del XV secolo, propri di quella editio princeps stampata quattrocento anni prima nella stessa città. Le somiglianze però finiscono qui, dal momento che contro la semplicità della prima Lettera pubblicata nel 1493, Canibell volle preparare un’opera di grande formato, presentata in un unico foglio su supporto di grande qualità, che volle abbellire con una straordinaria decorazione colorata che incornicia il testo. Tra i motivi vegetali che la adornano è stato incluso, nella parte inferiore, lo scudo dei Re Cattolici. Questo è accompagnato ai lati dalla “Y”  di Isabella I di Castiglia e dalla “F” di Ferdinando II di Aragona, entrambe su uno sfondo costituito da un cuore di melograno, come simbolo della città di Granada, la cui presa nel 1492, dopo la sconfitta del re Boabdil, segnò la fine del lungo periodo della Riconquista. Non poteva però mancare il riferimento al Navigatore che portò a termine l’impresa di attraversare per la prima volta l’Oceano per arrivare alle lontane terre di un Nuovo Mondo. Nel lato sinistro della cornice figura lo scudo d’armi che i Sovrani concedettero a Cristoforo Colombo a Barcellona alla fine di marzo del 1493, nel quale i due quarti superiori sono occupati dalle armi reali di Castiglia (un castello) e León (un leone rampante), mentre nei due inferiori figurano le isole scoperte e le àncore di Ammiraglio delle Indie, ai quali Colombo aggiunse nel vertice inferiore le armi della sua famiglia. Lo circonda il lemma Per la Castiglia e per León un nuovo mondo Colombo trovò. Nel lato destro della cornice appare la firma che l’Ammiraglio utilizzava nei suoi scritti e nei suoi documenti.

La pubblicazione di una così bella opera è l’omaggio migliore che possiamo rendere alla figura del grande Navigatore Cristoforo Colombo, in occasione del DXXV anniversario della Scoperta del Nuovo Mondo.

Cristóbal Colón XX
Duca di Veragua e Ammiraglio delle Indie.


traduzione a cura del professor Michele Cunico

Nota del traduttore: per facilitare la comprensione, si è scelto di aggiungere alcune note esplicative riguardo termini di carattere nautico, amministrativo e geografico, altrimenti non facilmente comprensibili al lettore italiano.

lunes, 22 de julio de 2019

Gli Afan de Rivera di Davide Shamà

Interessante primo libro, appena pubblicato, del linaggio Afan de Rivera che raccoglie la storia, la genealogia e l'araldica de questa illustre famiglia in Italia, anche presente in Spagna e in America. Il libro contiene una dedica personale di Pietro Afan de Rivera, mio amico di sempre e patrocinatore dell'opera. Rallegramenti vivissimi e auguri per i due libri restanti.




lunes, 3 de junio de 2019

Reflexiones sobre el Brexit

Publico a continuación unas interesantes reflexiones sobre el Brexit de mi buen amigo Manolo de Vicente.



1. El histórico aislamiento británico
Las fronteras de una isla son naturales y, en consecuencia, inalterables. Por tanto, las fronteras de la gran isla que constituye Gran Bretaña no han sido modificadas, a lo largo de la Historia.
Sin embargo, Inglaterra ha intervenido militarmente en el continente europeo en los últimos siglos pero, desde los Normandos, su territorio no ha sido ocupado por extranjeros. Por eso, en la psicología colectiva del pueblo británico, el concepto de frontera es rígido y permanente y el concepto de soberanía muy estable y profundo. El mito de que el Canal de la Mancha protege al país sigue vigente, tontamente, cuando ¡existe ya un túnel debajo de las olas que conecta Gran Bretaña con el Continente!.
Por el contrario, los países continentales europeos y especialmente los de Europa central tienen una amplia y antigua experiencia de que el poder y la espada han modelado sus fronteras y modificado sus soberanías. Los países europeos han vivido la experiencia de la construcción de tres grandes imperios (Carlomagno, Carlos V y Napoleón) y de su destrucción, fusionando primero territorios, fronteras y soberanías y después dispersándolos.
Además los avatares históricos de las distintas naciones continentales les han habituado a cambios de fronteras y de poderes soberanos. Por ejemplo, Francia arrebató a España el Rosellón y la Cerdaña; a Inglaterra, la Bretaña, y a Italia, Niza y Córcega, y disputó a Alemania, Alsacia y Lorena. Alemania e Italia nacieron, avanzado el siglo XIX, fusionando ciudades-Estado, principados y reinos. Polonia ha corregido y rectificado profundamente sus fronteras en numerosas ocasiones. La destrucción del Imperio Austro-húngaro, al final de la primera guerra mundial, dio lugar a nuevas naciones. Y el final de la segunda trajo también grandes cambios de fronteras.
Precisamente la gran mortandad de la segunda guerra mundial (Reino Unido menos de 300.000 personas pero Alemania más de 8 millones) fue un gran estímulo para iniciar el proceso de unificación europeo. ¿Ayudan estas terribles experiencias a aceptar una soberanía compartida? Para los que sufrieron en sus propias carnes las consecuencias bélicas, sin ninguna duda.
Se buscó, por encima de otra consideración, un proceso voluntario de agrupación de Estados que eliminara todos los riesgos de futuros conflictos bélicos entre europeos. Luego, los intereses económicos han desplazado a la exigencia de Seguridad, que estaba ya garantizada.
Pero, por el contrario, el pueblo británico no ha soportado conflictos bélicos en su propio territorio, en los últimos mil años ¿Puede extrañar que se aferre a su soberanía nacional?

2. Los Referéndum del Reino Unido sobre Europa
En 1973 el Reino Unido se integró en la Comunidad Económica Europea (CEE), que luego ha evolucionado a la Unión Europea (UE). Básicamente la CEE, entonces, era una Unión Aduanera a la que se sumaba una Política Agrícola Común (PAC).
Muy pronto, en 1975, se celebró ya un Referéndum, sobre la permanencia del Reino Unido en la CEE, con el resultado de mantenerse en ella, con un 67 % de los votos emitidos.
En 2016, más de 40 años después, se celebró otro Referéndum, que acuñó la denominación de Brexit, con el resultado de un 51,9 % a favor de la salida de la UE y un 48,1 % en contra.
Durante la corta Campaña del Referéndum, los británicos no tuvieron oportunidad de informarse, a fondo, sobre la importancia de la decisión a tomar y de sus posibles repercusiones políticas, sociales y económicas. Se votó por impulsos emocionales más que racionales. Proteger su soberanía, mantener sus fronteras y la apariencia de un Imperio desaparecido y poner de manifiesto su superioridad, ante los demás europeos, pudieron ser algunas de las razones que impulsaron el voto favorable al Brexit.
Pero, además, desde el punto de vista de los intereses económicos, el pueblo británico fue engañado por Nigel Farage y Boris Johnson con promesas falsas (ahorro de 350 millones de libras semanales). Ahora, una jueza británica ha iniciado una causa contra Johnson por mentir en Campaña electoral. En efecto, es fácil engañar a quien emocionalmente está convencido de algo y la mentira refuerza su criterio. Algo parecido a lo sucedido con los catalanes separatistas cuando oían el eslogan “España ens roba”.

3. La Tensión europea entre Federalismo y Confederación
Desde su nacimiento, el Proyecto Europeo se debate entre la Europa de los Pueblos del general De Gaulle (Confederación) y los Estados Unidos de Europa (Federación).
El Fracaso de la Constitución Europea (Federación) pareció que abría el campo a un proceso de Confederación, aunque, en la práctica, las actuales instituciones europeas más importantes y poderosas son todas Federales.
El Reino Unido ha recelado siempre del Proyecto Europeo porque supone una pérdida de su soberanía nacional. Este recelo ha acabado por generar su renuncia a seguir participando en la Unión Europea.
Las tres grandes Instituciones europeas: Consejo, Comisión y Parlamento tienen diferente naturaleza. El Consejo es confederal y toma sus acuerdos por unanimidad; la Comisión es federal y decide por mayorías, como el Parlamento.

4. El fracaso del Caballo de Troya
El General De Gaulle se opuso a la entrada del Reino Unido en la Comunidad Económica Europea (CEE) afirmando que se trataba de un Caballo de Troya que sólo buscaba la destrucción del Proyecto europeo. En el tiempo que el Reino Unido ha permanecido dentro de Europa, ha actuado siempre como un elemento retardador de los procesos de unificación.
El Brexit supone un reconocimiento implícito de que el Caballo de Troya ha fracasado. Conforme ha pasado el tiempo, la integración es mayor y más profunda en la Unión Europea y su funcionalidad es más Federal.

5. Un intento de Recuperar la EFTA
No hay que descartar que la decisión británica de salir de la Unión ocultara el intento de hacer volar las instituciones europeas. En ningún momento se ha trasparentado esa intención  pero el rocambolesco comportamiento del Parlamento británico da derecho a pensar que el fondo de la cuestión es mucho más complejo que instrumentar una simple salida de un Club de Estados.
En la práctica, las graves y evidentes dificultades políticas británicas que se han producido, han actuado en sentido contrario. Los restantes Estados-miembro se han unido y, durante toda la Negociación del Brexit, han actuado como una piña dentro del Consejo europeo.
Si los británicos pensaban en la posibilidad de arrastrar a algunos de sus antiguos socios de la EFTA (Dinamarca, Austria, Portugal, Suecia y Finlandia) en su salida de la Unión Europea, se han visto frustrados. Todos estos países se han reafirmado en mantener su permanencia y no se ha producido la voladura de la Unión.
En todo caso, los graves problemas británicos con el Brexit van a hacer más difícil que, en el futuro, otros Estados-miembros piensen también en abandonar la Unión.

6. La Unión Aduanera
Conforme ha pasado el tiempo se ve más claro que el objetivo real del Reino Unido puede ser el de, saliendo de la Unión Europea, mantenerse en una posible Unión Aduanera con el resto de Europa, sorteando así la obligación de tener que respetar el libre movimiento de las personas en todo el territorio europeo, pero aceptando una importante contribución económica y sometiéndose a una legislación comercial que no podrá controlar.
Se ha extendido y profundizado, durante el proceso de Negociación del Brexit, el rechazo del pueblo inglés a recibir en su suelo a emigrantes europeos, aunque se acepten a otros procedentes de las antiguas colonias británicas.
En resumen, la Unión Aduanera permite al Reino Unido salvar su Soberanía y sus fronteras, manteniendo su tráfico comercial y de servicios con el resto de los países europeos, pero aceptando nuevos costes económicos y de pérdida de soberanía.

7. Los Grandes Principios y Proyectos Europeos
Los Principios Básicos de la Unión Europea son las 4 Libertades de Movimiento de bienes, servicios, capitales y de personas.
Pues bien, no se puede estar, a la vez, fuera y dentro de la Unión Europea, como ambicionan los británicos y, además, sin costes.
Sin embargo, la firme posición de la Unión en la Negociación del Brexit, respaldada sólidamente por el resto de los Estados-miembro, parece indicar que participar del mercado europeo exige una contribución que se mide en cuota de soberanía, que los políticos británicos no están dispuestos a aceptar.
Es decir, estamos y seguramente estaremos en una situación de bloqueo que llevará a un Brexit duro.
En cuanto  a los Grandes Proyectos europeos, que se basan todos ellos en las transferencias parciales de soberanía, desde hace años que los británicos los evitan. Solamente han aceptado la Política Agrícola Común (PAC) porque fue una exigencia de su ingreso.
Impulsaron la Ampliación al Este de la Unión, seguramente pensando que ese proceso debilitaba el Proyecto europeo y además complicaba su funcionamiento.
El Territorio Schengen, que supone la eliminación de los controles en las fronteras interiores europeas, se implantó en 1995 con la renuncia del Reino Unido y de Irlanda. Actualmente aún no se han incorporado Croacia, Rumania y Bulgaria. Se trata de una Cooperación Reforzada de carácter federal, que obliga a una cesión de soberanía. Es un Proyecto que hace operativo el Principio europeo de la libertad de movimiento de las personas. Y, precisamente por eso, es un Tratado que impide el control británico de las emigraciones europeas.
La Moneda Europea y el Banco Central Europeo (BCE) son otros de los Grandes Proyectos, que también tienen carácter Federal, y a los que tampoco se ha incorporado el Reino Unido. Se inició la distribución de los billetes del euro en enero de 2002 y, en estos momentos, pertenecen al euro 19  de los 28 países que integran la Unión. Cuatro pequeños países europeos utilizan esta moneda (Vaticano, Andorra, Mónaco y San Marino) que ha sido adoptada también, unilateralmente, por Montenegro y Kosovo. Unos 240 millones de personas, además, utilizan monedas conectadas con el euro, entre ellos 180 millones de africanos. El euro es la segunda moneda de reserva mundial. Pues bien, el Reino Unido no participa en este Proyecto por la cesión de soberanía que supone.

8. Las Cooperaciones Reforzadas
Los países europeístas salvaron el desafío de la Ampliación, con 28 miembros, estableciendo el mecanismo de las Cooperaciones Reforzadas. Son Proyectos de índole Federal que inician un grupo de países (siempre superior a ocho miembros), de carácter abierto, para poner en marcha una nueva área europea de cooperación.
En desarrollo muy avanzado se encuentra la Unión Bancaria, controlada por el BCE. El Reino Unido está fuera de este Proyecto.
Se ha iniciado, en 2019,  la Cooperación europea en la Industria de Defensa con una aportación financiera de 13.000 millones de euros, al que ya se han incorporado 25 miembros. Este Proyecto evolucionará hacia el Ejército Europeo. El Reino Unido colabora en este proyecto pero no participa en él.
Parece claro que, como los avances en la unificación se realizan utilizando las Cooperaciones Reforzadas, para superar el obstáculo de la actitud paralizante del Reino Unido, la Unión implica, de hecho, una Europa de dos velocidades que, cada vez, es más Federal.

9. El Parlamento Británico, en mayo de 2019
La soberanía británica no reside en el pueblo sino en el Parlamento. Por tanto el Acuerdo de salida de Teresa May con la UE sólo podrá ser válido una vez que sea aprobado por el Parlamento.
En los primeros meses del año 2019 el comportamiento del Parlamento ha sido sorprendente. Ha rechazado, por tres veces, el Acuerdo negociado por su Gobierno con la UE y ha rechazado, igualmente, otras 8 Propuestas que se le han presentado para encauzar, gestionar y resolver el Brexit.
Pero lo más importante es que no ha marcado una senda para resolver su proceso de salida.
Los parlamentarios y los partidos políticos británicos no quieren estar en Europa pero no saben cómo salir de ella. Esta indeterminación ¿oculta una estrategia de negociación? Por lo pronto, se ha incumplido ya el período de negociación establecido por los Tratados Europeos. En consecuencia, el “Tiempo” va a ser la variable principal en los próximos meses.

De momento, la Primera Ministra británica ha dimitido, por lo que es necesario un proceso electoral interno en el Partido Conservador para designar un sucesor de Teresa May. Se consume así una parte del escaso tiempo disponible. ¿Se va a llegar al 1 de noviembre sin Acuerdo? Las nuevas Instituciones europeas ¿van a seguir aceptando nuevas y sucesivas prórrogas? Personalmente, no lo creo. Se llegará a una grave situación de crisis, a las que tan habituados están los europeos. Si la UE se niega a una nueva prórroga estaremos, todos, abocados a una salida sin Acuerdo. Este será el momento de encontrar una solución definitiva, con los relojes parados.
¿Esperan los británicos que una renovación de las instituciones de la UE (Consejo, Comisión y Parlamento) les pueda ser más favorable? Esperar a primeros de diciembre para que se constituyan los nuevos órganos de Europa reduce, aún más, el tiempo disponible. ¿Puede ampliarse, aún más, el tiempo de espera con una Convocatoria de elecciones en Gran Bretaña que llevaría a un nuevo Parlamento y a un nuevo Gobierno? ¿Es realista que el plazo acabe en el mes de Octubre?
¿Hay que empezar una nueva Negociación con un nuevo Gobierno británico y una nueva Comisión Europea? ¿Qué período sería necesario?
¿Juegan las dos partes a dilatar el proceso de negociación para que sea más factible que el Reino Unido siga en la UE?
Está claro que todas las iniciativas las llevan los británicos pero ¿consiguen así una situación más favorable en la Negociación? De momento, la posición de la UE es inflexible. Yo creo que, al contrario, todas estas maniobras parlamentarias británicas les crean más problemas que beneficios y dificultan las futuras negociaciones.
Lo repito, los parlamentarios británicos ni quieren pertenecer a la UE ni saben cómo salir de ella. Y, mientras tanto, se acumulan los daños políticos en Gran Bretaña. Espero que la responsabilidad de todos los políticos europeos permita superar la terrible situación en que nos encontramos.

10. Las elecciones europeas de mayo de 2019
La participación del Reino Unido en las pasadas elecciones europeas es una anomalía más, ya que hace dos años se comunicó oficialmente su salida de la Unión Europea. Es un sarcasmo que los británicos sigan sentando en el Parlamento de Estrasburgo sus nuevos representantes.
Pero, como todo en la vida, también tiene sus ventajas. Las recientes elecciones europeas nos han permitido tomar el pulso a los británicos. Sin embargo, la baja participación conseguida (37 %) impide sacar consecuencias válidas de los resultados (en el Referéndum del Brexit participó el 72 % de la población). Aunque los resultados electorales nos aportan una rica información cualitativa.
Los ciudadanos británicos no han votado a sus Partidos; han votado, de nuevo, sobre el Brexit (a favor o en contra). Pero al dirigir sus votos hacia los Partidos es difícil interpretar en qué medida se refuerza o se rechaza el Brexit. The Guardian estima que 5,9 millones de británicos votaron a favor del Brexit y 6,8 millones en contra. El Profesor John Curtice estima, sin embargo, un equilibrio entre euroescépticos y pro-europeos y valora cada opción en un 35 % del electorado. En todo caso, las elecciones europeas no sirven para nada, a efectos de conocer las posiciones actuales sobre el Brexit del pueblo británico. Los resultados, como todo en el  Reino Unido, son más que sorprendentes. El “Brexit Party”, el Partido fundado por Nigel Farage, hace menos de dos meses, ha sido el más votado consiguiendo un 31,7 % de los votos y un 39,7 % de los escaños. Parece evidente que Farage ha recogido votos “brexister” de conservadores y laboristas.
Los dos grandes Partidos tradicionales se han hundido. Los Laboristas han recibido sólo un 14 % de los votos y los Conservadores se han quedado en un 9 %.
¿Quiere esto decir que va a cambiar la estructura del Poder Político en Gran Bretaña? En las próximas elecciones al Parlamento Británico ¿se va a mantener esta estructura del voto?
Los magníficos resultados obtenidos por Farage y los Liberales (el 50 % de los votos) se deben a que han recogido el voto del descontento de conservadores (crisis interna por el Brexit) y laboristas (falta de cumplimiento del segundo referéndum). Pero estos resultados no clarifican nada, más bien oscurecen, todavía más, el panorama político británico. El Brexit ha roto a los dos grandes partidos, que sufren una profunda división interna, porque se ha generado un clima emocional que supera a la ideología.
Finalmente, el crecido Nigel Farage ha amenazado ya con que, si no se sale de la UE antes de finalizar octubre, habrá que ir a unas elecciones que repetirán estos resultados, lo que supone el hundimiento de conservadores y laboristas. Es decir, el tema del Brexit amenaza ya la estructura política tradicional de Gran Bretaña.
¿Pensaron los parlamentarios británicos que participar en las elecciones europeas podría equivaler a un segundo Referéndum, sin hacerlo? Si ha sido así, estas elecciones no han clarificado la situación, ni han marcado un camino para salir del laberinto. La realidad es que los resultados aumentan la confusión y no aclaran cuál es el verdadero estado de la opinión pública británica.
Por otro lado, cabe preguntarse por las razones ocultas que han permitido al Reino Unido participar en las elecciones europeas. Si no se acepta el Acuerdo negociado con la UE y, a la vez, se rechaza una salida sin Acuerdo ¿Qué caminos quedan?
Uno de ellos es el “Tiempo”. Hay un dicho, muy inglés, que recomienda “esperar y ver” antes de tomar una decisión difícil. ¿Están aplazando los británicos su decisión de salir de la UE? Si es así ¿Cuánto tiempo necesitarían?

11. ¿Puede haber un Segundo Referéndum sobre el Brexit?
Con un nuevo Primer Ministro británico y con los resultados de las elecciones europeas ¿es razonable esperar un segundo Referéndum para acabar con el laberinto del Brexit?
Dependerá de las reacciones que tomen los dos grandes partidos para hacer frente al impacto de las europeas.
Ya sabemos que Teresa May ha dimitido y que, durante el verano, se gestionará la decisión de su sucesor. La persona que se elija tendrá que establecer una política sobre Europa. Pero, en la medida en que el nuevo líder se pronuncie por un camino pondrá al Partido Conservador en una situación de división. Es más probable que el sucesor de May sea más decidido “brexiter” que lo ha sido ella.
En casa de los laboristas hay un doble problema: de liderazgo de Corbyn y de exigir el Segundo Referéndum. Corbyn se encuentra amenazado internamente por el Brexit. Hasta ahora ha utilizado el Brexit como un arma arrojadiza para forzar la dimisión de Teresa May y hundir a los conservadores. Producida ya esta dimisión, Corbyn se encuentra ahora amenazado internamente por sus incumplimientos sobre el segundo Referéndum. Es más probable que los laboristas encaren su crisis interna exigiendo un segundo Referéndum.
Nos podemos encontrar con que, en otoño, los Conservadores intenten forzar un Brexit duro y con que los Laboristas se centren en reclamar un nuevo Referéndum. En tal caso, la salida lógica sería unas nuevas elecciones pero hay que tener en cuenta que no convienen ni a conservadores ni a laboristas.
Pero ¿Es más viable ahora un nuevo Referéndum cuando se han visibilizado los grandes destrozos que ha producido el anterior, en los dos grandes partidos?

12. ¿Nuevas Elecciones Generales en el Reino Unido?
¿Pueden conservadores y laboristas permitirse el lujo de convocar unas nuevas elecciones generales? Serían distorsionadas, inevitablemente, por el tema del Brexit y los comportamientos electorales serían similares a los producidos en las elecciones europeas, pero con una mayor participación.
Cada partido tendría que posicionarse, claramente, sobre el Brexit y sobre el camino a seguir para salir en el futuro de la UE, lo que aumentaría la división interna tanto en el Partido Conservador como en el Laborista. Los resultados serían demoledores para ambos partidos.
Dada la profunda división existente en el país y la paridad entre las dos posiciones frente al Brexit ¿qué aportarían unas nuevas elecciones? Desde luego un profundo cambio en la estructura política del Reino Unido con el hundimiento de conservadores y laboristas y el surgimiento de los Liberales y de un Partido del Brexit. Pero este cambio de estructura ¿en que beneficia a una posible solución del Brexit?
En resumen, unas nuevas elecciones serían la tumba de los dos grandes partidos (conservadores y laboristas) por lo que hay que pensar que no se llevarán a cabo.
Desde luego, una convocatoria de nuevas elecciones permitiría obtener una nueva prórroga de la UE,  que tendría que extenderse a la formación de un nuevo Gobierno. Más tiempo. Pero un nuevo Primer Ministro tendría que negociar con una nueva Comisión Europea. Más tiempo.
Por todas partes se llega a un callejón sin salida.

13. ¿Puede seguir el Reino Unido en la Unión Europea?
Salirse es un problema pero mantenerse en la UE es también otro grave problema para el Reino Unido. La nación está dividida con posiciones antagónicas. Se haga lo que se haga, saldrá mal.
¿Y cómo reaccionarían los otros 27 Estados-miembro a una posible anulación oficial del Brexit? El Reino Unido tiene derecho a modificar su decisión de salir de la Unión, con lo que permanecería en la UE. No necesitaría contar con nadie; simplemente tendría que anular su decisión anterior.
Un Reino Unido, de nuevo en Europa, generaría grandes problemas políticos internos, en Europa y en la Gran Bretaña. Por otro lado, de quedarse, el Reino Unido dejaría de ser un socio fiable, durante bastante tiempo, y perdería su actual influencia en las futuras decisiones de la UE.
¿Es deseable esta situación para los británicos?
Gran Bretaña no compartirá un Proyecto Europeo a no ser que se haga a su manera.
En resumen, quedarse en la UE es una opción posible para los británicos pero no por ello desaparecerían sus problemas internos actuales, de un país dividido, y su poder en las instituciones europeas será mucho menor.

14. ¿Cómo se instrumentará el Brexit y cuándo?
De aquí a octubre no parece probable que el Reino Unido dé una solución al Brexit.
Razonablemente sólo hay dos acciones políticas posibles en el Reino Unido: nuevas elecciones o un segundo Referéndum. Las elecciones sólo aportan más tiempo, pero no dan soluciones; el Referéndum es ejecutivo.
Un segundo Referéndum se realizaría sobre una población más y mejor informada y su resultado podría ser más representativo. Para ello debería contar con una participación por encima del 70 % y los resultados deberían superar el 55 %.
En tal caso, si se mantuviera el Brexit habría que ir a una nueva negociación con la UE que exigiría, por lo menos, un año más.
Si ganara la opción de mantenerse en Europa la instrumentación sería inmediata, antes de finalizar 2019.
Si no se hacen Elecciones ni Referéndum se produciría una situación en la que, teóricamente, se estaría negociando la Salida con la UE pero que, de hecho y mientras tanto, mantendría al Reino Unido en las instituciones europeas, en una situación de plena normalidad. ¡Me voy, pero me quedo! Al final, aparentando llevar a cabo el Brexit, nunca se produciría.

15. El vendaval del Brexit
Hasta el momento, los hechos demuestran que los británicos están haciendo el peor negocio de su historia, por las perversas consecuencias que el Brexit tiene dentro del Reino Unido:
- Un país dividido al 50% por el Brexit. Las nuevas divisiones del país: campo-ciudad, jóvenes-viejos, centro-periferia.
- Amenazas y riesgos territoriales con Escocia y con Irlanda del Norte que, progresivamente, se inclinan a permanecer en la Unión Europea
- Cambio profundo de su estructura política con el posible hundimiento de sus dos grandes e históricos partidos: conservadores y laboristas
- El futuro de la City de Londres, en riesgo
- La inseguridad de los futuros mercados para las empresas. Huidas de empresas internacionales

16. Consideraciones Finales
Hoy por hoy, todo son incógnitas y todo es posible. La situación política, tanto en la Gran Bretaña como en Europa, se está deteriorando; hay cansancio y falta luz.

Tanto si el Reino Unido sale como si se queda en la UE, el país quedará gravemente dividido. Es un dilema diabólico. Siempre el Reino Unido saldrá perjudicado.



Manuel de Vicente
Madrid 28.05.2019

martes, 19 de febrero de 2019

Fuera de control de Daniel Estulin


Cómo Occidente creó, financió y desató el terror del Estado Islámico sobre el mundo. Aunque tanto los medios de comunicación como los gobiernos occidentales se han esforzado en hacernos creer que los atentados terroristas de Charlie Hebdo en París fueron exclusivamente obra de los radicales yihadistas, la realidad de los atentados nos enseña una lección muy distinta. Lo que está ocurriendo en realidad no es una guerra de religión, sino que son las huellas de un profundo juego geopolítico que está en manos de las potencias occidentales y de los Amos del Mundo.A día de hoy, Estados Unidos, sus socios de la OTAN y sus socios regionales, como Israel, Arabia Saudí y Qatar, están armando, financiando, protegiendo, formando y apoyando a los extremistas islámicos. Su objetivo: un cambio de orden en Oriente Medio.Fruto de toda esta estrategia, la tensión con las naciones islámicas irá en aumento y la crisis internacional crecerá en un futuro próximo y es que lo que estamos viendo en el presente no es una simple guerra de religión, sino las huellas de un juego geopolítico de profundo y largo alcance.

Caravana de Paco Galatas


Es el interesante relato de la marcha que, en plena guerra, la familia Galatas realizó desde la ciudad filipina de Bagulo hasta el campo de refugiados de Mangaldán. Unos 70 kilómetros de terreno silvestre y abrupto que los expedicionarios tardaron en recorrer alrededor de un mes.


Cervantes en Córdoba de Francisco Paños y Juan Pérez Cubillo



jueves, 21 de junio de 2018

El Palacio de los condes de la Puebla de Montalbán, por Carlo Emanuele Ruspoli.

PALACIO DE LOS CONDES DE LA PUEBLA DE MONTALBÁN, TOLEDO.
GUÍA HISTÓRICA


ORIGEN

Se encuentra en la Plaza Mayor de La Puebla de Montalbán, a 31 Km. de Toledo, y a 100 Km. de la Capital, mantiene las características propias de las casas señoriales de la época.
Es declarado Bien de Interés Cultural por el gobierno regional de Castilla-La Mancha el 26 de noviembre de 1991.
El maestre de Santiago D. Juan Pacheco construyó este palacio en el siglo XV, a partir de 1462, en estilo Plateresco Siglo XV, es un edificio emblemático, joya histórica y arquitectónica.
Lo hermoseó su descendiente D. Alonso Téllez Girón a principios del S. XVI.
Por tradición, se dice que fue el antiguo palacio del rey don Pedro I, reconstruido en el siglo XV por don Juan Pacheco, maestre de Santiago, y ampliado a comienzos del siglo XVI por su hijo don Alonso Téllez Girón.



Situado en esquina y entre medianerías, tiene planta cuadrada, de tres alturas; con patio central y diversas dependencias de labor, tiene una fachada que da a la Plaza Mayor, con una portada plateresca de hueco adintelado y jambas de piedra que se rematan por canes también de piedra decoradas con ovas y motivos florales que soportan un ancho dintel. La portada se encuadra por dos columnas toscanas sobre altos basamentos (plintos de base cuadrada), además de dos columnillas (una sobre la otra), de fuste estriado y capitel decorado).
Está rematada con el escudo de los señores de Montalbán. Los balcones que la adornan son rectangulares, de forja, y típicos de las casas señoriales castellanas.

Se encuentra junto a la iglesia parroquial, el convento de las Clarisas y el ayuntamiento.
Los vanos se reparten irregularmente por la fachada.
En la planta baja, se encuentra la portada: tres huecos de ventana, rectangulares y una puerta secundaria de arco semicircular.
En el primer piso se hallan el balcón y tres vanos rectangulares. Será esta planta la que rompa la simetría de la fachada. En el piso superior se alojan seis balcones superiores.
La fábrica es de aparejo toledano y cubierta a cuatro faldones.
El patio ubicado en el interior del edificio presenta una arquería sustentada por columnas de granito, alrededor del cual se disponen las dependencias en las que destacan los artesonados policromados de distintos estilos: Mudéjar, Gótico y plateresco (siglos XII a XV).

El primero se decora con casetones octogonales que al enlazarse forman cuadrados.
El segundo artesonado se divide en cuadrados de los que cuelgan rosetas en sus centros presentando labor funicular en sus bordes.
Por último, el tercero es de limas con jabalcones, tirantas dobles, cuadrales, zapatas labradas y escudos decorados con escudos policromados.

Por medio de pasadizos que se apoyan sobre arcos de medio punto que atravesaban las calles de acceso a la plaza, se comunica con el templo parroquial y el monasterio de la Concepción Franciscana.
Era costumbre que las novias de la casa de los duques de Gandía entraran solteras a la iglesia por ese acceso y salieran del templo ya casadas por la puerta principal. Este hábito se ha mantenido hasta nuestros días y así lo hizo María de Gracia Solís-Beaumont Téllez-Girón, duquesa de Plasencia, en cuya boda con el Príncipe Carlo Emanuele Ruspoli duque de Morignano, se alojaron en el Palacio componentes de la realeza de ambos países, tanto de España cómo de Italia, siendo padrino el Rey de Italia Umberto II al que se le asignó la habitación principal al final de la galería de la planta noble.

En la cual también durmió Felipe II en su viaje a Portugal, que como agradecimiento por los servicios prestados por el primer duque de Osuna, Pedro Téllez-Girón, le regaló uno de los 5 tapices Gobelinos, que mandó hacer a la fábrica de TAPICES Manufacture Royale des Gobelins de Paris, único en España, quedando otro en Italia El tapiz toma el nombre de Jehan Gobelins, un tintorero de lana que se dio a conocer a mediados del siglo XV por el color rojo escarlata que conseguía.
Tenía su taller en París, junto al Bièvre, y la reputación de su familia superó a la del resto de tintoreros tanto que el río y la zona tomaron su nombre a mediados del siglo XVI.

También, siguieron la costumbre su hermana Ángela María de Gracia Solís-Beaumont Téllez-Girón al casarse con Álvaro de Ulloa y Suelves, conde de Adanero y Títulos y María de la Asunción de Latorre y Téllez-Girón al casarse con Cristobal del Castillo Ybarra.
Todos ellos regresaban al palacio a través de la plaza Mayor, donde eran ovacionados por los asistentes y lugareños, para continuar la celebración en el comedor y salones del palacio
Junto a la habitación se ubica uno de los primeros cuartos de baño que hubo en España, data de finales del siglo XVII, con un sistema de grifos y palancanas.
Otro ilustre visitante del Palacio fue Fernando de Rojas, escritor de la Celestina y natural de La Puebla de Montalbán, cuyo museo está en la entrada del pueblo.
         
En su patio se conservan dos bellas carrozas, una de ellas del VII Duque de Osuna, 1712.

            ORIGEN HISTÓRICO

Retrato y escudo de Pedro Pacheco de Villena
Información personal
Nombre Pedro Pacheco de Villena
Nacimiento 29 de junio de 1488 en La Puebla de Montalbán, Toledo
Fallecimiento 5 de marzo de 1560 en Roma
Alma máter Universidad de Salamanca
Proveniente de una familia aristócrata, hijo de Alonso Téllez Girón, (señor de la Puebla de Montalbán, Toledo quien a su vez era hijo de Juan Pacheco, marqués de Villena y maestre de Santiago) y de María Vélez de Guevara, de distinguida nobleza de sangre por las dos líneas paterna y materna.
Sus estudios culminaron con e l doctorado in utroque iure, por el año de 1523 era camarero secreto del Papa Adriano VI, al que sirvió hasta su muerte. Durante el Pontificado de Clemente VI I (1523-1534) fue Prelado de Su Santidad.
Siendo capellán real de Carlos I en 1518, por orden del rey visitó las cancillerías de Valladolid y Granada, a partir de aquí su carrera fue ascendente, marchando a Roma como camarero privado del Papa Adriano VI; fue creado cardenal por el papa Paulo III, el 16 de diciembre de 1545. En 1551-52 participó muy activamente y con gran influencia en el Concilio de Trento, siendo célebres sus intervenciones a favor de la doctrina de la Inmaculada y protestó por el traslado de éste a Bolonia.
El 3 de junio de 1553 fue nombrado virrey de Nápoles por el rey Carlos I, para suceder a don Pedro de Toledo que había muerto el 21 de febrero de ese mismo año.
Al año siguiente, cuando Carlos I cedió el reino de Nápoles a su hijo Felipe II con motivo de la boda de éste con María Tudor, Pacheco fue confirmado en el cargo. En mayo de 1555 viajó a Roma en misión diplomática ante el recién nombrado pontífice, el napolitano Paulo IV; la postura de éste, manifiestamente contraria a la posesión española sobre Nápoles, llevó a Felipe II a disponer que Pacheco quedase en Roma a fin de moderar la beligerancia contra España del nuevo papa. Pacheco fue relevado del virreinato, quedando el gobierno de Nápoles provisionalmente en manos de Bernardino de Mendoza.1
De regreso a su patria, se le nombra Deán de la Catedral de Santiago de Compostela y visitador de la Universidad donde dio clases, en Salamanca.

El papa Pablo IV muere el 19 de agosto de 1599. El cardenal D. Pedro Pacheco, que permanece en la curia romana por mandato de Felipe II durante todo el papado de Pablo IV, es visto con recelo por este Papa, que era enemigo de España. A pesar de esto, está a punto de ser elegido Papa en el Cónclave de 1559.
De regreso a su patria, se le nombra Deán de la Catedral de Santiago de Compostela y visitador de la Universidad donde dio clases, en Salamanca.

Tiempo después de su muerte, sus restos fueron trasladados al convento de Concepcionistas Franciscanas de La Puebla de Montalbán, fundado precisamente por él y de cuya reconstrucción se había hecho cargo.

Título Cardenal obispo de Albano
Otros títulos Obispo de Mondoñedo
Obispo de Ciudad Rodrigo
Obispo de Pamplona
Obispo de Jaén
Obispo de Sigüenza
Obispo de Albano
Virrey de Nápoles
Información religiosa
Ordenación episcopal 6 de septiembre de 1532
Proclamación cardenalicia 16 de diciembre de 1545 por Paulo III

Predecesor:
Juan Téllez-Girón, el Santo
Conde de Ureña
1558-1590
Sucesor:
Juan Téllez-Girón y Guzmán

Predecesor:
Juan de Zúñiga y Requeséns
Virrey de Nápoles
Noviembre de 1582-noviembre de 1586
Sucesor:
Juan de Zúñiga y Avellaneda

Predecesor: I Duque de Osuna
1562-1590
Sucesor:
Juan Téllez-Girón y Guzmán


Pedro Téllez Girón, I Duque de Osuna y V Conde de Ureña, hijo del constructor del Palacio Hijo de Juan Téllez-Girón, (maestre de Santiago D. Juan Pacheco) y de su esposa María de la Cueva y Toledo, de la Casa de Alburquerque
(Grabado calcográfico anónimo recogido en Teatro heroico, e político de'governi de'Vicere del Regno de Napoli, de Doménico Antonio Parrino, Nápoles, 1692-1695. Biblioteca Nacional de España.)
Pedro Téllez-Girón de la Cueva Velasco y Toledo, nacido en Osuna el 29 de julio de 1537- fallece en Madrid, 13 de septiembre de 1590.
Noble, político y militar español, I duque de Osuna, V conde de Ureña, V señor de Olvera, Grande de España, entre otros títulos.
Hizo carrera cortesana y política al servicio de Felipe II, apoyado en buena medida por su inmenso patrimonio, uno de los más grandes y saneados de la nobleza española.
Sirvió como embajador en Portugal (1579), colaborando con Cristóbal de Moura para facilitar la unión de Portugal a España. Aspiraba a dirigir el ejército que ocupara el reino luso, y fue profundamente ofendido por el nombramiento del duque de Alba para este cometido.
Durante el Viaje de Felipe II a Portugal desde Toledo, pasaron noche en el Palacio de la Puebla, en la habitación situada al final de la galería de la planta noble.
En compensación por sus servicios, en octubre de 1580 se le encargó el honroso cometido de la presidencia del cortejo que debía trasladar al monasterio de El Escorial el cadáver de la reina Ana de Austria, fallecida en Badajoz, y unos meses después fue recompensado con el virreinato de Nápoles.  Según la biografía de Gregorio Leti se llevó a su nieto Pedro, de ocho años, pero no hay documento alguno que lo pruebe.
Además, en agradecimiento Felipe II le regalo uno de los 5 tapices Gobelinos que encargo, hoy 2 de ellos en Italia y otros 2 en Francia (más adelante descripción de los de Francia)
Encargó a Jerónimo Gudiel un libro de la historia de los Girón, publicado en Alcalá de Henares en 1577: Compendio de alguna historia de España, donde se tratan muchas antigüedades dignas de memoria y, especialmente, sede noticia de la antigua familia de los girones, y de otros muchos linajes.
Casó en enero de 1552 con doña Leonor Ana de Guzmán y Aragón, hija del duque de Medina Sidonia, con quien tuvo 11 hijos, entre ellos Juan, su sucesor en los títulos. Leonor falleció en Osuna el 23 de noviembre de 1573.
Contrajo segundo matrimonio en 1575 con Isabel de la Cueva y Castilla (m.1619), hermana de Beltrán III de la Cueva y Castilla, VI duque de Alburquerque, ambos hijos de Diego de la Cueva y Toledo, mayordomo de Carlos I de España e hijo de Francisco I Fernández de la Cueva y Mendoza, II duque de Alburquerque. Con su 2ª esposa tendría un hijo, Antonio, n. en Nápoles en 1585 y m. en Cuéllar 6 años después.
Murió a los 53 años, 1 mes y 19 días y fue enterrado en la Capilla del Santo Sepulcro de la Iglesia Colegial (Osuna, Provincia de Sevilla)

El origen del los Téllez Girón se remonta al siglo XII con el Conde Don Rodrigo
Hay 417 títulos con Grandeza de España y de esos, tan sólo 25 son considerados de primera clase, los conocidos como Grandeza Inmemorial porque vienen directamente de 1520 del rey Carlos I. La familia, tiene cinco Inmemoriales; Osuna, Gandía, Benavente, Arcos de la Frontera y Medina de Río Seco.
El INTERIOR DEL PALACIO (Ampliación de información)
En el comedor principal del Palacio hay un tapiz de los 5 tapices Gobelinos que mandó hacer, creados por Joan Gobelan, regalado por Felipe II al I Duque de Osuna, el resto están en Italia, 2, y en Francia otros 2.
En el Gran Salón de la Residencia de Francia, se encuentran dos tapices de los Gobelinos: Encuentro de Felipe IV y de Luis XIV en la Isla de los Faisanes, el 7 de junio de 1660 y Ceremonia de la boda del rey, el 9 de junio de 1660.
-Encuentro de Felipe IV y de Luis XIV en la Isla de los Faisanes, el 7 de junio de 1660
-Ceremonia de la boda del rey, el 9 de junio de 1660
A esta joya, se unen incunables de gran valor, pinturas de distintos artistas, vajillas, muebles de época.
Siglo XVIII hasta la actualidad
 (Tomado del artículo de ABC homenaje a la difunta Duquesa de Osuna)
Los Osuna, una saga que desde el pasado siglo y en los años venideros tiene y tendrá nombre de mujer –Ángela María Téllez-Girón Duque de Estrada; y Ángela también es el nombre de su primogénita–, han sido una de las familias que más posesiones han acumulado a lo largo del tiempo.
Con los distintos matrimonios, los linajes se iban entroncando y a sus posesiones añadían más tierras, casas, fincas y castillos.
Por ejemplo, el castillo de Arcos, los palacios de Gandía, Aranjuez, Marchena, Montalbán o incluso el castillo de Beauring en Bélgica.
El máximo esplendor de este linaje tuvo lugar en el siglo XVIII. María Josefa Pimentel y Téllez-Girón (1750-1834), la condesa-duquesa de Benavente retratada por Goya, anexiona a su casa, y a través de su matrimonio con su primo Pedro de Alcántara Téllez-Girón y Pacheco, el ducado de Osuna y todo su patrimonio.
Es entonces cuando la familia reúne el mayor número de títulos y propiedades en una única persona en toda la historia.
Los jóvenes duques vivían con todo lujo, aunque semejante ritmo les hacía estar permanentemente endeudados. Tenían más de un centenar de personas a su servicio, entre administradores, mayordomos, ayos, lacayos, cocineros, jardineros… Además estaban quienes se ocupaban de las casas del campo. Contaban con un peluquero francés que acompañaba a la duquesa en todos sus desplazamientos y otro para el duque, que también peinaba a los pajes de librea.
La duquesa fue el artífice del parque de El Capricho, en Madrid, y en sus salones se reunía lo más brillante de la sociedad europea: literatos como Moratín o Iriarte, músicos como Haydn o Bocherini, o pintores como Francisco de Goya.
Uno de sus nietos fue quien hizo jirones de los Girón.
Mariano Téllez-Girón (1814–1882), el duodécimo duque, se pulió él solito tanto su patrimonio como el de su esposa, la princesa María Leonor de Salm-Salm.
Embajador en Rusia ante los zares, eran famosas las fiestas que daba en San Petersburgo, para las que compraba de su propio bolsillo vajillas de oro, que los invitados, borrachos, solían acabar tirando al río Nevá. O las fiestas en Madrid, donde el matrimonio contaba con cinco casas abiertas, aunque vivían en la de las Vistillas.
En todas ellas se servía la mesa a diario, por si aparecía el duque a cenar con amigos. Ese tren de vida pasó factura: la familia se arruinó y tuvieron que vender muchas propiedades.
Del patrimonio actual, tanto la recientemente fallecida duquesa, Ángela María Téllez-Girón, como su primer marido, Pedro de Solís Beaumont, dejaron trabajo, dinero e ilusiones para recuperar casas y fincas, arreglarlas, restaurarlas y mantenerlas en condiciones.

HISTORIA DEL PUEBLO

Como se puede leer en esta postal circulada de Hauser y Menet de 1927, la imagen corresponde a la Portada del Palacio de los Condes, actualmente de los Duques de Osuna.
La Plaza Mayor se configura como elemento vertebrador de la vida social, política y económica de la localidad, condicionando la trama urbanística desarrollada en su entorno.
La época de esplendor y prosperidad de La Puebla de Montalbán se remonta al siglo XV y XVI, cuando la localidad adquiere un mayor protagonismo comercial vinculado a la producción lanar. Su Plaza Mayor tiene un trazado irregular. Sus accesos están dispuestos de forma asimétrica; mientras dos calles permiten el acceso desde sendos ángulos estando, además, sobre montadas por un arco a modo de pasadizo volado, los otros dos ángulos carecen de accesos, ubicados por el contrario en la parte media de cada lado. Esta irregularidad, tanto por su trazado como por la ubicación de sus accesos, hacen pensar que su conformación no fue unitaria, sino fruto de un proceso constructivo que llevó a la delimitación de este espacio.

Escudo
Iglesia de Nuestra Señora de la Paz
De filiación estilística gótico renacentista, su cronología data del siglo XV, segunda mitad siglo XVII y siglo XVIII.
Construida hacia la mitad del siglo XV sobre la huerta del palacio del rey don Pedro I. Es obra de transición entre el gótico y el renacimiento. La portada principal se halla a los pies del templo y consta de arcos de medio punto enmarcados por dos columnillas  adosadas con arco triangular curvilíneo rematado con una pequeña cruz, bajo la que hay  una hornacina y un óculo abocinado sobre aquella. Sobre el tejado una espadaña doble alberga las campanas.
Su interior es espacioso. Consta de tres naves separadas por arcos de piedra sobre columnas de igual material, con la central más alta y cubierta con una artesa de par y nudillo que ha sido labrada con labores geométricas y a la que sujetan cinco pares de tirantes que apean sobre zapatas también labradas. Las naves laterales se cubren con techo plano. El crucero presenta este templo en su nave lateral derecha una tribuna con celosía que comunicaba el palacio vecino con la iglesia de tal forma que permitía seguir los oficios religiosos.
El coro elevado se localiza en la piecera, mientras que en el frente se sitúa el ábside semicircular. El retablo es de calidad, presenta pinturas y esculturas; está documentado, sabemos su autor. En las tablas con escenas de la vida de la Virgen, aparece junto con santos, un grupo de niños que serían la familia de los donantes.
Entre su mobiliario destaca un órgano del siglo XVIII y una pila bautismal de 1754. En la capilla de reliquias hay un Cristo yacente, al que el pueblo conoce con el nombre de “El Sepulcro”, que es una talla de la escuela castellana del siglo XVII.

Historia de las Casas Ducales
En España, las cuatro principales casas ducales han estado en manos de mujeres durante la práctica totalidad del siglo XX y los primeros años del XXI. Son las casas de Medinaceli, Alba, Medina Sidonia y Osuna; solo se puede comparar con ellas la casa de Alburquerque, en manos de Ionnes Osorio y antes de su padre, Beltrán Osorio; y la de Infantado, también dirigida por hombres desde 1800 (actualmente, Íñigo de Arteaga). Lo más interesante de las cuatro grandes duquesas -que suman unas 35 grandezas de España y unos 130 títulos nobiliarios- es su personalidad.
Con la muerte de Cayetana Alba, solo queda una, Ángela María Téllez-Girón, duquesa de Osuna y casi nonagenaria. Las otras féminas que marcaron una época que ya no existe eran Victoria Eugenia Fernández de Córdoba y Fernández de Henestrosa, Mimí Medinaceli; e Isabel Álvarez de Toledo y Maura, duquesa de Medina Sidonia o duquesa roja. Cuando en 1938 se casó Mimí Fernández de Córdoba con Rafel de Medina y Villalonga Garvey Ybarra, era la aristócrata más importante de España. Vivía como tal, en un palacio en la actual plaza de Colón de Madrid, y hay grandes leyendas sobre ella. Una dice que viendo la revista ¡Hola! descubrió unos jardines preciosos y se enteró de que eran suyos: el pazo de Oca. Otra historia que circula es que tenía tal cantidad de títulos -más de sesenta- que la iban a incluir en el Libro de los Récords, y, horrorizada ante esa posibilidad, comenzó a repartirlos entre sus hijos. Y una más: cuando Tom Cruise rodó una película en Sevilla quiso conocerla, pero ella rechazó la visita diciendo «No puedo, que estoy haciendo un crucigrama». Tuvo cuatro hijos: Ana (muerta en el 2012 y cuyo hijo Marco es ahora el duque de Medinaceli), Luis, Rafael e Ignacio. Mimí, como las ricas de su época, no atendía directamente a sus hijos, a los que veía una vez por semana un ratito, tampoco los llevaba a ningún sitio (ni siquiera de vacaciones) o iba con ellos de compras; al único que parecía cuidar era al pequeño, Ignacio, a quien le permitía dormir en su cama. Tampoco con sus nietos fue muy cariñosa, y cuando los Medina, hijos de Rafael -que estaba en la cárcel por corrupción de menores-, vivían a pocos metros de ella en Sevilla, apenas los iba a visitar. La casa de Medinaceli tiene, entre otras, las siguientes propiedades: el hospital de Tavera, en Toledo; la casa de Pilatos en Sevilla; el pazo de Oca; y la capilla del Salvador, en Úbeda. Edificios privados son el palacio Ducal de Medinaceli, en Soria; los castillos de Feria, Nogales, Salvaleón y Sabiote; los palacios de los Cobos y de los Acebedo, así como las fortalezas de Torés y de La Mota. A eso hay que sumar el ingente patrimonio artístico.
La historia de Isabel Álvarez de Toledo y Maura, la duquesa roja, tampoco es muy común. Tenía 11 títulos nobiliarios en Italia y 6 españoles, entre ellos duquesa de Medina Sidonia, marquesa de Vélez y Villafranca del Bierzo y condesa de Niebla (era el número 25.º, nada menos). Hija única y por tanto heredera, tenía que cumplir con lo que se esperaba de ella -buenos modales, sofisticación y boda con hijos- pero siempre se rebeló ante esa idea. Amante de la cultura y la historia, luchó por la recuperación del archivo de su casa, olvidado y oculto. Cárcel y exilio Con 19 años se casó, embarazada, con Leoncio González de Gregorio y Martí, un matrimonio que resultó un desastre, a pesar de lo cual tuvieron tres hijos: Leoncio, Pilar y Gabriel. Defensora de los derechos de los trabajadores y del medio ambiente, estuvo en una cárcel franquista y el exilio, hasta que fue amnistiada. A su vuelta, en 1983, conoció a Liliane Marie Dahlmann, que fue su amiga y compañera, con la que se casó pocas horas antes de morir.
Esta boda fue el campanazo final de una vida rodeada de polémica, no solo por su sentido poco aristocrático de la historia, sino por su defensa a ultranza de una filosofía claramente izquierdista, aderezada con una forma de ser muy directa. Dejó toda su herencia -poco abultada, valorada en 57 millones de euros- a la Fundación Casa de Medina Sidonia, que preside su viuda. Poco apegada a los suyos, a día de hoy la familia está enredada en varios pleitos, los hijos con su madrastra, e incluso entre ellos, ya que Pilar usaba el título de duquesa de Fernandina hasta que se lo quitó su sobrino, el hijo de Gregorio. Además de la singular Cayetana de Alba, el grupo de duquesas se completa con Ángeles Téllez-Girón y Duque de Estrada, siete veces grande de España y con quince títulos más, la única que todavía vive, si bien ha desaparecido de la vida social y es su primogénita quien ejerce. Ángeles Téllez-Girón tuvo una vida menos tumultuosa que las anteriores duquesas, aunque se casó dos veces, pero estando viuda. Madre de cuatro hijas, ha repartido con ellas sus principales títulos: Arcos, Plasencia, Uceda y Medina de Rioseco. La casa se hundió en el siglo XIX en manos de un despilfarrador, y solo conserva pocas propiedades, como el castillo de Espejo y el ruinoso palacio de Puebla de Montalbán. un símbolo de la aristocracia.
La Puebla de Montalbán fue en tiempos capital del llamado estado de Montalbán, donde se encuentra el castillo de Montalbán, que comprendería otros lugares, como San Martín de Montalbán, Menasalbas, Villarejo de Montalbán, El Carpio de Tajo y Mesegar de Tajo. Perteneció a los templarios, ya que el rey Alfonso VII se lo donó a esta orden militar en el siglo XII, pasando en 1308 a la Corona de Castilla con Fernando IV.
Más tarde, por donación de Alfonso XI, llegó a manos de don Alfonso Fernández Coronel. En este castillo residió en diversas ocasiones el monarca Pedro I con su esposa-amante María de Padilla, a quien pasó como regalo del rey. Más tarde la propiedad de esta villa pasó al maestre de la Orden de Santiago don Álvaro de Luna, y tras su muerte, a su esposa Juana Pimentel, “La Triste Condesa”.
Desde 1573 llevan el título de Condes de la Puebla de Montalbán. En la actualidad pertenece al ducado de Osuna.

La fachada blasonada forma parte de la Plaza Mayor ofreciendo una portada plateresca enmarcada por dos columnas, la puerta adintelada queda coronada por el emblema heráldico de los Duques de Osuna.
Familia y posesiones históricas, extraído del artículo de abc, enlace abajo.
Los Osuna, una saga que desde el pasado siglo y en los años venideros tiene y tendrá nombre de mujer. Han sido una de las familias que más posesiones han acumulado a lo largo del tiempo. Con los distintos matrimonios, los linajes se iban entroncando y a sus posesiones añadían más tierras, casas, fincas y castillos.
Por ejemplo, el castillo de Arcos, los palacios de Gandía, Aranjuez, Marchena, Montalbán o incluso el castillo de Beaurain en Bélgica.
El máximo esplendor de este linaje tuvo lugar en el siglo XVIII. María Josefa Pimentel y Téllez-Girón (1750-1834), la condesa-duquesa de Benavente retratada por Goya, anexiona a su casa, y a través de su matrimonio con su primo Pedro de Alcántara Téllez-Girón y Pacheco, el ducado de Osuna y todo su patrimonio. Es entonces cuando la familia reúne el mayor número de títulos y propiedades en una única persona en toda la historia.
Los jóvenes duques vivían con todo lujo, aunque semejante ritmo les hacía estar permanentemente endeudados. Tenían más de un centenar de personas a su servicio, entre administradores, mayordomos, ayos, lacayos, cocineros, jardineros… Además, estaban quienes se ocupaban de las casas del campo. Contaban con un peluquero francés que acompañaba a la duquesa en todos sus desplazamientos y otro para el duque, que también peinaba a los pajes de librea.
La duquesa fue el artífice del parque de El Capricho, en Madrid, y en sus salones se reunía lo más brillante de la sociedad europea: literatos como Moratín o Iriarte, músicos como Haydn o Boccherini, o pintores como Francisco de Goya.
Pero si con ella llegó el máximo esplendor del linaje, uno de sus nietos fue quien hizo jirones de los Girón. Mariano Téllez-Girón (1814–1882), el duodécimo duque, se pulió él solito tanto su patrimonio como el de su esposa, la princesa María Leonor de Salm-Salm. Embajador en Rusia ante los zares, eran famosas las fiestas que daba en San Petersburgo, para las que compraba de su propio bolsillo vajillas de oro, que los invitados, borrachos, solían acabar tirando al río Nevá. O las fiestas en Madrid, donde el matrimonio contaba con cinco casas abiertas, aunque vivían en la de las Vistillas. En todas ellas se servía la mesa a diario, por si aparecía el duque a cenar con amigos. Ese tren de vida pasó factura: la familia se arruinó y tuvieron que vender muchas propiedades.
Del patrimonio actual, con trabajo, dinero e ilusiones se recuperan casas y fincas, se arreglan y restauran para mantenerlas en condiciones.
Casa-palacio en Toledo
En la plaza mayor de Puebla de Montalbán se encuentra esta casa-palacio junto a la iglesia parroquial, el convento de las Clarisas y el ayuntamiento. Todo el conjunto data del siglo XVI y fue construido por el cardenal Pacheco. La iglesia comunica con el palacio por un pasadizo. Era costumbre que las novias de la casa de los duques de Gandía entraran solteras a la iglesia por ese acceso y salieran del templo ya casadas por la puerta principal. Este hábito se ha mantenido hasta nuestros días y así lo hicieron las dos hijas mayores de cardenal Pacheco: Ángela y María.
Castillo de Espejo (Córdoba)
Construido sobre un cerro y rodeado por el río Guadajoz, fue enclave codiciado por reyes cristianos y califas cordobeses. Fue conquistado por Fernando III. Es uno de los pocos castillos habitados que quedan en España. Destruido tras la Guerra Civil, se restauró, conservando gran parte de sus antiguos restos. Cuenta con un bellísimo patio, restos de muralla y almenas, colegiata y capilla. Aquí, la Duquesa de Osuna Ángela María Téllez Girón, se casó por vez primera, en 1946.
Casa de Sevilla
Fue levantada en el siglo XVII por el almirante Almonacid López Pintado. Más adelante, los marqueses de Villapanés añadirían un anexo. Aquí la Duquesa de Osuna Ángela María Téllez Girón pasó su infancia. Con el transcurso de los años, una de sus mayores obsesiones fue restaurar el conjunto, respetando sus elementos originales. Guarda una colección de cuadros, tapices o muebles familiares.

Ducado de Osuna
Primer titular Pedro Téllez-Girón y de la Cueva
Concesión Felipe II, 5 de octubre de 1562
Linajes Casa de Téllez-Girón y Casa de Solís-Beaumont
Actual titular Ángela María de Solís-Beaumont y Téllez-Girón
El ducado de Osuna es un título nobiliario español, con Grandeza de España,n. 1 creado el 5 de octubre de 1562 por el rey Felipe II y otorgado a Pedro Téllez-Girón y de la Cueva, V conde de Ureña, ricohombre de Castilla, notario mayor de Castilla, consejero de Estado, virrey y capitán general de Nápoles, VI señor de la ciudad andaluza de Osuna, señor de Peñafiel, Olvera, Cazalla y Archidona.
La Casa de Osuna fue creciendo en importancia y riqueza, y en el siglo XIX era la casa nobiliaria más importante de España, al reunirse en la persona del XII duque de Osuna veinte grandezas de España y, entre otros, los ducados de Arcos, Béjar, Benavente, Gandía, Infantado, Medina de Rioseco, Pastrana y los títulos italianos de príncipe de Éboli, de Melito y de Esquilache.
Fue tradición, durante siglos, que el heredero del ducado de Osuna llevara el título de marqués de Peñafiel. Esta tradición, se interrumpió a la muerte del XII duque de Osuna, Mariano Téllez-Girón y Beaufort-Sportín, recayendo este marquesado, en el reparto que se hizo de sus numerosos títulos, en los Roca Togores, que lo han ostentado hasta que en 1956 lo heredó Ángela María de Solís-Beaumont y Téllez-Girón, con quién volvió a incorporarse a la casa de Osuna.
La casa de Osuna se unió a la casa de Benavente en la descendencia de Pedro de Alcántara Téllez-Girón y Pacheco, IX duque de Osuna, que casó en 1771 con María Josefa Pimentel y Téllez-Girón, XII duquesa de Benavente. En 1780, con la muerte del XI duque de Arcos, Antonio Ponce de León, la casa de Arcos fue heredada por dicha duquesa de Benavente, por lo que en su descendencia también quedó incoporada a la casa de Osuna. La casa ducal fue creciendo en importancia y riqueza, y en el siglo XIX era la casa nobiliaria más importante de España, al reunirse en la persona del duque de Osuna veinte grandezas de España y, entre otros títulos, los ducados de Arcos, de Béjar, de Benavente, de Gandía, del Infantado, de Medina de Rioseco, de Pastrana, de Plasencia, de Lerma, de Estremera, de Francavilla, y de Mandas y Villanueva. Estos trece ducados fueron ostentados junto con doce marquesados, trece condados y un vizcondado.

Iglesia de Nuestra Señora de la Paz, ampliación información
Por medio de pasadizos que se apoyan sobre arcos de medio punto que atravesaban las calles de acceso a la plaza, se comunicaba con el templo
De filiación estilística gótico renacentista, su cronología data del siglo XV, segunda mitad siglo XVII y siglo XVIII.
Construida hacia la mitad del siglo XV sobre la huerta del palacio del rey don Pedro I. Es obra de transición entre el gótico y el renacimiento. La portada principal se halla a los pies del templo y consta de arcos de medio punto enmarcados por dos columnillas adosadas con arco triangular curvilíneo rematado con una pequeña cruz, bajo la que hay una hornacina y un óculo abocinado sobre aquella. Sobre el tejado una espadaña doble alberga las campanas.
Su interior es espacioso. Consta de tres naves separadas por arcos de piedra sobre columnas de igual material, con la central más alta y cubierta con una artesa de par y nudillo que ha sido labrada con labores geométricas y a la que sujetan cinco pares de tirantes que apean sobre zapatas también labradas. Las naves laterales se cubren con techo plano. El crucero presenta este templo en su nave lateral derecha una tribuna con celosía que comunicaba el palacio vecino con la iglesia de tal forma que permitía seguir los oficios religiosos.
El coro elevado se localiza en el piecero, mientras que en el frente se sitúa el ábside semicircular. El retablo es de calidad, presenta pinturas y esculturas; está documentado, sabemos su autor. En las tablas con escenas de la vida de la Virgen, aparece junto con santos, un grupo de niños que serían la familia de los donantes.
Entre su mobiliario destaca un órgano del siglo XVIII y una pila bautismal de 1754. En la capilla de reliquias hay un Cristo yacente, al que el pueblo conoce con el nombre de “El Sepulcro”, que es una talla de la escuela castellana del siglo XVII. Pedro Téllez-Girón y de la Cueva+Felipe II.

Mariano Téllez-Girón y Fernández de Córdoba, XV duque de Osuna, 1921
Ángela María Téllez-Girón y Duque de Estrada, XVI duquesa de Osuna, ante el retrato de su padre el XV duque.
           
Palacio de los Condes de Montalbán en la Puebla de Montalbán, provincia de Toledo, donde se celebraron los matrimonios de tres de sus hijas, la duquesa de Arcos en 1973, la de Plasencia en 1975 y la de Medina de Rioseco en 1997.
El palacio de Puebla de Montalbán fue muy querido por la XVI duquesa de Osuna que lo restauró, y embelleció sus salones con antiguos tapices y reposteros de la familia.
 Construido en el siglo XV por el I Señor de Puebla de Montalbán, Alfonso Téllez-Girón que recibió esta villa en 1467 de su padre Juan Pacheco y Téllez-Girón, I duque de Escalona, ha permanecido en sus descendientes hasta la actualidad.
 Ocupa este palacio un frente de la Plaza Mayor de la Puebla de Montalbán, destacando en su fachada la portada plateresca, rematada con el escudo de los señores de Montalbán. En el interior hay tres artísticos artesonados uno de estilo mudéjar, otro gótico y el otro plateresco.
En este palacio nació en 1488 el Cardenal Pedro Pacheco y Vélez de Guevara, enviado por el emperador Carlos I al Concilio de Trento en 1545 donde tuvo un destacado papel, Virrey de Nápoles en 1553.
 En La Puebla de Montalbán los señores y posteriormente condes fundaron en 1522 el Monasterio de la Concepción para mujeres y en 1560 el Convento de San Francisco para varones.

Resumen árbol genealógico

  Pedro Téllez Girón, duque de Osuna 1537-1590 (1)
&1552 Leonor Ana de Guzmán +1573

  Juan Téllez Girón, duque de Osuna 1554-1600 (2)
  |
  Pedro Téllez Girón, duque de Osuna 1574 (3)

  Juan Téllez Girón, Duque de Osuna +1656 (4)

  Gaspar Téllez Girón, Duque de Osuna +1694 (5)
  |
  Francisco María Téllez Girón, Duque de Osuna 1678-1716 (6)
 Información ampliada del árbol genealógico.
o Alonso Téllez Girón & Teresa Ruíz de Alarcón
o Teresa Téllez Girón +/1397 & Martim Vasques da Cunha (Martín Vázquez de Acuña) ca 1357-1417
o Alonso Téllez Girón +ca 1450 & Maria Pacheco
o Juan Pacheco 1432-1474 &1442 María Portocarrero +1470
o Juan Pacheco 1432-1474 & María de Velasco
o Juan Pacheco 1432-1474 & Catalina de Ludeña
o Pedro Téllez Girón +1466 & Isabel de las Casas
o Juan Téllez Girón 1456-1528 & Leonor de Velasco +1522
o Juan Téllez Girón 1494-1558 &1535/1536 Maria de la Cueva +1566
o Pedro Téllez Girón 1537-1590 &1552 Leonor Ana de Guzmán +1573
o María Téllez Girón 1553-1608 &1570 Juan Fernández de Velasco +1613
o Juan Téllez Girón 1554-1600 & Ana María de Velasco
o Pedro Téllez Girón 1574 & Catalina Enríquez
o Juan Téllez Girón +1656 & Isabel de Sandoval
o Gaspar Téllez Girón +1694 &1672 Ana Antonia de Benavides +1707
o Francisco María Téllez Girón 1678-1716 & María Remigia de Velasco
o María Lucía Téllez Girón 1698 &1727 Francisco Javier Téllez Girón 1704-1750
o José Téllez Girón +1733 & Francisca Bibiana de Guzmán
o Maria Faustina Manuela Téllez Girón 1724-1797 &1738 Francisco Pimentel 1707-1763
o Pedro Zoilo Téllez Girón 1728-1787 &1753 María Vicenta Téllez Girón 1735
o Pedro de Alcántara Téllez Girón 1755-1807 &1771 María Josefa Pimentel ca 1752-1834
o Josefa Manuela Téllez Girón 1783-1817 & Joaquin María Gayoso de los Cobos +1849
o Joaquina María Téllez Girón 1784-1851 &1801 José Gabriel de Silva 1782-1839
o Francisco de Borja Téllez Girón 1785-1820 &1809 Francoise Philippine de Beaufort-Spontin 1785-1830
o Pedro de Alcántara Téllez Girón 1810-1844
o Mariano Francisco de Borja Téllez Girón 1814-1882 &1866 Eleonore zu Salm-Salm (María Leonor) 1842-1891
o Pedro de Alcántara Téllez Girón 1786-1851 & Mará del Rosario Fernández de Santillán
o Pedro de Alcántara Téllez Girón 1812-1898 & Julia Fernanda de Domine 1842-1901
o María de los Dolores Téllez Girón 1859 & Emilio Bessieres y Ramírez de Arellano
o Tirso María Téllez Girón 1817-1871 &1838 Bernardina Fernández de Velasco 1815-1869
o Francisco de Borja Téllez Girón 1839-1897 &1867 Angela Fernández de Córdova 1849-1897
o Mariano Téllez Girón 1887-1925 & Petra Duque de Estrada
o Ángela María Téllez Girón 1925-2015 &1946 Pedro de Solís-Beaumont +1959
o Ángela María Téllez Girón 1925-2015 &1963 José María de Latorre 1923-1991
o Manuela Tellez Girón 1794-1838 &1813 Ángel de Carvajal 1793-1839
o Manuela Téllez Girón 1681-1737 &1704 José de la Cerda 1683-1728
o Gaspar Téllez Girón +1694 &1645 Felice de Sandoval +1671
o Isabel María Téllez Girón 1653-1711 &1677 Juan Francisco Téllez Girón 1649
o Ana Téllez Girón 1558 & Fernando Enríquez
o Isabel Téllez Girón +1544 &1508 Beltrán de la Cueva ca 1478-1560
o María Téllez Girón & Fernando Enríquez +1542
o Juana Téllez Girón & Rodrigo Ponce de León +1530
o Leonor de Acuña & João de Castro
o Beatriz de Acuña & Juan de Valencia +1412/
o Ginebra de Acuña & Diego Díaz de Haro
o Alonso Téllez Girón & Marina de Guevara
o Alonso Téllez Girón & Marina de Guevara
o Juan Téllez Girón & Leonor Chacón
o Alonso Téllez Girón & Juana de Cárdenas
o Juan Téllez Girón +1590 & Juana Suárez de Toledo
o Alonso Téllez Girón +1590 & María Magdalena de la Cerda 1563
o Juan Téllez Girón 1590-1666 & Isabel de Mendoza +1660
o Alonso Melchor Téllez Girón +1650 & Juana de Velasco
o Juan Francisco Téllez Girón 1649 &1677 Isabel María Téllez Girón 1653-1711
o Manuel Gaspar Téllez Girón 1676-1732 &1697 Josefa Antonia Alvarez de Toledo 1681-1754
o Francisco Javier Téllez Girón 1704-1750 &1727 María Lucía Téllez Girón 1698
o Andrés Manuel Alonso Téllez Girón 1728-1789 & María Fernández de Velasco
o Diego Téllez Girón 1754-1811 &1780 Francisca de Benavides 1763-1827
o Bernardino Fernández de Velasco 1783-1851 &1811 María de la Piedad Roca de Togores 1787-1830
o María Téllez Girón 1756-1828 &1781 Manuel Antonio Fernández de Córdova 1764-1805
o María de la Portería Téllez Girón 1731 &1744 Antonio de Benavides
o María Vicenta Téllez Girón 1735 &1753 Pedro Zoilo Téllez Girón 1728-1787
o María Teresa Téllez Girón 1706-1755 &1726 Antonio López de Zúñiga 1698
o María Josefa Téllez Girón 1707-1786 &1728 Bernardino Fernández de Velasco +1771
o Isabel María Téllez Girón 1650-1691/ &1664 Manuel Joaquín Alvarez de Toledo 1642-1707
o Francisca Téllez Girón & Francisco Diego de Zúñiga
o Juana Téllez Girón & Alfonso de Bracamonte
o Leonor Téllez Girón
o Geronima Téllez Girón
o Francisca Téllez Girón
o Sancha Téllez Girón